MADDALENA ALLA LUCE DELLA LAMPADA

Vorrei quest’oggi che l’erba fosse bianca per poter calcare l’evidenza della tua sofferenza: non guarderei sotto la tua mano così giovane la forma dura, senza belletto della morte. Un giorno a discrezione altri tuttavia meno avidi di me ti sfileranno la camicia di tela, verranno ad occupare la tua alcova. Ma andando via dimenticheranno di spegnere la candela e un po’ d’olio si spanderà dalla lama della fiamma sull’impossibile soluzione.

MADELEINE À LA VEILLEUSE

Je voudrais aujourd’hui que l’herbe fût blanche pour fouler l’évidence de vous voir souffrir: je ne regarderais pas sous votre main si jeune la forme dure sans crépi de la mort. Un jour discrétionnaire, d’autres pourtant moins avides que moi, retireront votre chemise de toile, occuperont votre alcôve. Mais ils oublieront en partant de noyer la veilleuse et un peu d’huile se répandra par le poignard de la flamme sur l’impossible solution.

da: La Fontaine narrative, 1948, trad. di Antonio Devicienti

GIUSTEZZA DI GEORGES DE LA TOUR

L’unica condizione per non battere in ritirata in eterno era entrare nel cerchio della candela, restarvi, senza cedere alla tentazione di sostituire alle tenebre il giorno e un termine incostante al loro nutrito lampeggiare

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Apre gli occhi. È giorno, dicono. Georges de La Tour sa che la carretta dei malnati è in marcia dovunque col suo carico di malizia. Il veicolo si è rovesciato. Il pittore ne fa l’inventario. Niente vi è frammisto dello sconfinato che appartiene alla notte e al sego splendente che ne esalta il lignaggio. Il baro, tra astuzia e candore, una mano dietro la schiena, cava dalla cintura un asso di quadri; mendichi musicanti si azzuffano, la posta non vale più del coltello che tra poco colpirà; la buona ventura non è la prima ruberia di una giovane zingara che tiene la testa voltata; il suonatore di ghironda, sifilitico, cieco, il collo chiazzato di scrofola, canta una geremiade incomprensibile. È il giorno, fontaniere esemplare dei nostri mali. Georges de La Tour ha visto giusto.

JUSTESSE DE GEORGES DE LA TOUR

L’unique condition pour ne pas battre en interminable retraite était d’entrer dans le cercle de la bougie, de s’y tenir, en ne cédant pas à la tentation de remplacer les ténèbres par le jour et leur éclair nourri par un terme inconstant.

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Il ouvre les yeux. C’est le jour, dit-on. Georges de La Tour sait que la brouette des maudits est partout en chemin avec son rusé contenu. Le véhicule s’est renversé. Le peintre en établit l’inventaire. Rien de ce qui infiniment appartient à la nuit et au suif brillant qui en exalte le lignage ne s’y trouve mélangé. Le tricheur, entre l’astuce et la candeur, la main au dos, tire un as de carreau de sa ceinture; des mendiants musiciens luttent, l’enjeu ne vaut guère plus que le couteau qui va frapper; la bonne aventure n’est pas le premier larcin d’une jeune bohémienne détournée; le joueur de vielle, syphilitique, aveugle, le cou flaqué d’écrouelles, chante un purgatoire inaudible. C’est le jour, l’exemplaire fontainier de nos maux. Georges de La Tour ne s’y est pas trompé.

da: Dans la pluie giboyeus, 1968, Trad. di Vittorio Sereni

 

 

Nel 1934 René Char visitò una mostra dedicata al pittore Georges de La Tour (1593-1652) e ne rimase profondamente impressionato. In quello stesso anno prese le distanze dal movimento surrealista, al quale si era avvicinato nel 1939 (era stato tra i fondatori della rivista Le Surréalisme au service de la révolution insieme ad Aragon e Breton ed Éluard di cui fu sodale e amico). Il poeta, nato in un paesino della Provenza nel 1907, aveva allora ventisette anni. L’incontro con la pittura di Georges de La Tour lasciò un segno importante.

La figura del pittore barocco, del quale ci sono pervenute pochissime notizie, rappresenta un vero e proprio enigma per gli storici dell’arte, i quali non sono ancora riusciti a venirne a capo: qual è l’origine della sua maestria? C’è stato un apprendistato o almeno un viaggio in Italia o in Olanda? Le sue tele vengono solitamente divise in due categorie: quelle “diurne” e quelle “notturne” (cioè quelle nelle quali le candele costituiscono le uniche fonti di luce). A quest’ultimo gruppo appartengono i suoi quadri più celebri, caratterizzati da un innovativo e straordinario uso dei chiaroscuri, che inevitabilmente fa pensare a una qualche forma di affiliazione nei confronti della pittura del Caravaggio (mentre quelle diurne ricordano di più per altri versi alcune tele di Diego Velazquez).

Ma proprio questa doppia natura di Georges de La Tour rappresenta uno spunto importante che non sfuggì neanche al poeta, come si evince anche dalla struttura del componimento in prosa La giustezza di Georges de La Tour, incentrata proprio sul passaggio tra la notte e il giorno.

Quello che più dovette affascinare il poeta fu la capacità del pittore di rappresentare la solitudine e i tormenti dell’anima attraverso la luce, come notò in Maddalena alla luce della lampada, riferito al celebre quadro Maddalena penitente. In esso il poeta vi intravide la sofferenza di una donna che nella sua vita ebbe modo di conoscere più di altri solitudini, ossessioni, inconfessati vizi. La morte non è rimossa, è invece ben visibile sotto la mano della giovane ragazza grazie a quell’indimenticabile fiamma, mobile e viva, che getta luce (ma anche ombre) sia sui libri che sul teschio. Il poeta che contempla il dipinto, avviando quel colloquio diretto con il personaggio del quadro, ne scorge l’umano dolore capace di trasfigurare le cose (l’erba che da verde diventa bianca), un nodo che il poeta non è in grado di sciogliere, ma può solo riproporre tale e quale gli appare nel dipinto. L’enigma della candela, della dolente e umana esistenza, non si spegne perché si trasmette, insieme alla vita, da una generazione all’altra.

“Entrare nel cerchio della candela” rappresenta, come dichiara appunto il poeta in Giustezza di George de La Tour, l’unico modo per “non battere in ritirata in eterno”, quasi un invito a entrare nella dimensione notturna del sogno (“lo sconfinato che appartiene alla notte”), tra quei segreti inconfessabili che ogni uomo custodisce dentro di sé. Il giorno invece appartiene ai bari, ai musicanti che si azzuffano, al suonatore di ghironda sifilitico, alla zingara con la testa voltata che ruba mentre legge la mano (sono tutti personaggi e situazioni che compaiono nelle rispettive tele di de La Tour Baro con asso di quadri, La rissa di musicanti, Suonatore di ghironda con un cappello e La buona ventura).

Georges de La Tour fu una presenza importante nella vita e nell’opera di René Char. I suoi amici raccontano che anche nel rifugio negli anni in cui prese parte alla resistenza vi era una riproduzione di Giobbe deriso dalla moglie. Il suo rapporto col pittore non fu per nulla “accademico” o erudito, ma puramente viscerale.  Per questo i componimenti ispirati ai quadri di de La Tour sono tra i suoi più intensi e, al tempo stesso, tra i più riusciti. Evidentemente aveva colto nel pittore, un “provinciale” dalle modeste origini, proprio come lui (de La Tour era nato in Alsazia da una famiglia di artigiani e piccoli proprietari) profonde consonanze. Per il poeta questo incontro determinò una svolta rilevante anche dal punto di vista artistico: non è un caso che l’incontro con l’artista avvenne proprio nell’anno in cui si consumò la rottura con i surrealisti. Nelle sue successive opere si andò delineando in maniera sempre più netta la sua cifra stilistica, ovvero quel suo caratteristico andamento poetico prosastico (abbandonò quasi completamente il verso) nel quale seppe condensare ricordi e immagini in perfette istantanee.