Perché scrivo?

A volte la “vita” nasconde

ciò che è più grande della vita

Talvolta le montagne celano

Ciò

che sta dietro le montagne

dunque occorre spostare le montagne

ma io non possiedo i necessari

mezzi tecnici

né la forza

né la fede

che sposta le montagne

quindi non lo vedrai

mai

questo lo so

e per questo

scrivo.

da Szara strefa, (“zona grigia”), 2002


***

La poesia non sempre

assume la forma

del verso

 

dopo cinquant’anni

passati a scrivere

la poesia può rivelarsi

al poeta

sotto forma di albero

di uccello

che vola via

di luce

 

assume la forma

delle labbra

fa il nido nel silenzio

 

oppure vive dentro il poeta

priva di forma e contenuto

 

11 ottobre 1988

da: Płaskorzeźba, (“Bassorilievo”), 1991

 

A proposito dell’amico Tadeusz Różewicz, scrisse Edoardo Sanguineti:

“È stata, la mia, la nostra generazione, quella che, più di ogni altra, forse, si è posta, direttamente in poesia, la questione delle ragioni della poesia stessa. Alcuni hanno fornito anche in prosa, si capisce, molti commenti o autocommenti, al riguardo. Ma, in un modo o in un altro, con evidenza o indirettamente, è soprattutto nei versi che hanno cercato di spiegare il senso del proprio lavoro. (..) Ma c’è un punto importante, che è specifico del secondo Novecento. È che i poeti hanno spiegato, ognuno a modo suo, che le loro ragioni erano assolutamente irragionevoli, contraddittorie, inconfessabili. Hanno così esibito una visione dialettica del fare versi, e hanno proclamato che era una dialettica, invalicabilmente, interminabile. Perché faceva corpo, infine, con la dialettica della storia e con la dialettica dell’esistere. Questo Bassorilievo Różewicz per questo aspetto è un documento capitale”.

(da: Per Tadeusz, in: Bassorilievo, Libri Scheiwiller, Milano 2004, pp. 8-9)

Questa presentazione dell’opera di Różewicz mi è sembrata la più appropriata tra le tante apparse in Italia su un poeta polacco tutto sommato poco conosciuto. Nacque in una cittadina di provincia, Radomsko, non lontana da Czestochowa, nel 1921. La sua vita venne profondamente segnata dall’invasione del ’39 e dai lunghi anni di occupazione nazista. tra il 1943 e il 1944 prese parte alla resistenza nelle file dell’Armja Krajowa (suo fratello maggiore venne fucilato dai nazisti nel 1944). Dopo la liberazione, ottenuto il diploma di maturità, si trasferì a Cracovia, dove studiò storia dell’arte (i riferimenti all’arte sono un elemento importante nelle sue poesie della maturità, come abbiamo già detto in relazione al quadro di Bruegel La caduta di Icaro ) e si avvicinò agli ambienti della «Neoawangarda krakowska», gruppo informale di artisti di cui faceva parte anche Andrzej Wajda e Tadeusz Kantor. Aveva cominciato a scrivere e a pubblicare già durante la guerra, ma  il suo debutto ufficiale risale al 1947 con il volume Niepokój (“inquietudine”) a cui seguì, nel 1948, la raccolta Czerwona rękawiczka (“il guanto rosso”). Nel 1950, dopo aver trascorso un anno in Ungheria, interrotti gli studi universitari, si trasferì a Gliwice, nell’Alta Slesia, dove visse in povertà, lontano dall’ambiente letterario di Cracovia. Nelle poesie di questa prima fase, che raccolsero consensi tra gli ambienti letterari (Czesław Miłosz scrisse alcune poesia in risposta a quelle di Różewicz), è particolarmente vivo il ricordo delle atrocità della guerra, a cui l’autore spesso ritorna per interrogarsi sul presente. Il suo verso è scarno, breve, essenziale, nervoso. Questa sarà la sua cifra stilistica che lo renderà riconoscibile e celebre anche in seguito. Nulla nella poesia di Różewicz appare superfluo, non vi è alcuna concessione al lirismo o a qualsiasi contemplazione estetica.

Nella fase successiva al suo trasferimento a Gliwice, la sua poesia si fece specchio di una condizione di isolamento, materiale ed esistenziale, testimoniata dalla raccolta del 1951 Czas który idzie (“il tempo che va”), che divenne il bersaglio della critica più vicina all’allora imperante realismo socialista, ma già nel 1953, dopo la morte di Stalin, la critica cominciò a considerarlo il giovane maestro di quella generazione di poeti, tra cui Zbigniew Herbert, che debuttarono nel 1956, l’anno in cui, grazie al cosiddetto “disgelo” si aprirono nella società e nella cultura di tutti i paesi governati da regimi comunisti di ispirazione sovietica nuovi spazi di libertà. Ma la vera svolta avvenne nel 1960 con il suo testo teatrale Kartoteka, una pietra miliare del teatro polacco del ‘900, nel quale l’autore propone una sorta di autobiografia surrealista (il protagonista è un ex-partigiano che ricompare nelle varie scene con diversi nomi) ispirata ai principi del teatro dell’assurdo, ma allo stesso tempo profondamente legata alla storia polacca. L’opera venne presto tradotta e rappresentata nei teatri di mezzo mondo. Anche la sua poesia si andava facendo più rarefatta, astratta, libera da qualsiasi dettame socio-politico ma sempre fedele ai propri principi di totale negazione dei valori estetici tradizionali della poesia, a cominciare dalla metrica e dalla rima. In questa seconda fase della sua produzione Różewicz si interroga continuamente sulle ragioni stesse della poesia. É morto nel 2014 a Wroclaw, città dove si era trasferito nel 1968. Se in Italia forse non ha ancora raggiunto quella fama che meriterebbe, forse è proprio per via del suo intransigente nichilismo estetico, tuttavia rimane una figura di primissimo piano, imprescindibile per chi volesse meglio comprendere poeti del calibro di  Zbignew Herbert o Wisława Szymborska.