Per le suburre dell’amigdala,
per certe malfamate vie sinaptiche
meglio non inoltrarsi, se è tardi

e si è soli. Ci aggreghiamo in colonie
sulle crepe dei tronchi, dove il muschio abbonda
e il numero dà un’illusione di forza,

ammassati contro le pareti
pur di scaldarci, immergendoci
nel bacio delle metropolitane;

ci contendiamo il posto
vicino ai termosifoni,
giuriamo che non sia la nostra

l’ombra che il muro confessa alla sabbia,
mischiandoci alla folla confidiamo
di sfuggire a un sicario.

da: I masticatori di stagnola, LietoColle, Faloppio (CO) 2018, p. 51

 Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice), Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), L’assedio di Famagosta” (LietoColle), Calypso (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento. Poco o nulla è detto nella sua scarna nota biografica di sei righe che accompagna la sua ultima fatica, I masticatori di stagnola, da cui è tratta la poesia citata. Nemmeno le sue poesie aiutano a trovare una definita identità dell’autore, dal momento che non possono essere facilmente catalogabili o ricondotte o accostate a una scuola o a una corrente già nota, anche se sono avvertibili lontane ascendenze letterarie con alcuni poeti del novecento.

Se c’è qualcosa che colpisce il lettore dei tuoi versi è la forte empatia che trasmettono. Ritieni che la poesia debba essere uno specchio fedele degli stati d’animo dell’autore?

Dubito che ci si possa davvero ‘esprimere’: se un solo uomo si mostrasse per quello che realmente è, se decidesse di aprire le cateratte di quello che stipa nei recessi del suo animo, se alzasse il sipario su quello che ha sempre provato nel fondo di se stesso e non ha mai confessato, con tutto il suo macigno di frustrazioni e rimpianti e paure, credo che il mondo intero andrebbe in pezzi all’istante; l’inautentico, questo belletto che ammanta lo scheletro in ogni occasione in cui intratteniamo rapporti con l’esterno, e in particolare quando facciamo esercizio del linguaggio, è una misura preventiva con cui la natura ci mette al riparo dalla distruzione e dall’incenerimento: una forma di profilassi dalle logiche conseguenze del vedere la nostra condizione per quello che è, senza veli. Si scrive per un ipotetico ‘Tu’ privo di volto che ascolti, a dispetto di non essere così convinti della sua esistenza, né del fatto che abbia la pazienza o la disponibilità o del tempo da perdere ad interessarsi di noi: c’è sempre un atto di fede, dietro il gesto di incidere segni sulla carta. Chiamiamo un nome dalle profondità del pozzo; ma le pareti della grotta non rimandano che l’eco della nostra voce. Vorremmo che dall’altra parte della pagina ci fosse qualcuno; ma tale speranza, per quanto legittima, è minata dal fondato timore che il destinatario non sia altri che la nostra ombra, e che la scrittura si riduca ad esercizio onanistico, a un monologare da soli davanti ad un muro, o ad uno specchio che non rimanda nessuna immagine – un po’ come accade a certi internati psichiatrici, a certi condannati che hanno passato troppo tempo in cella di rigore, in regime di massimo isolamento. La lingua in cui il poeta dirotta i propri deliri è per lui un labirinto, pullula di fantasmi di sua stessa ideazione, che si sono sostituiti alla vita reale e che ora lo imprigionano, lo costringono al loro ricatto. Si scrive per non impazzire: la poesia esorcizza il crollo, è una prassi di igiene mentale, rivela il faticoso itinerario di una personalità tra le faglie e le sabbie mobili della deriva psicotica, miracolosamente schivate dal passo che ciascun verso compie sul foglio eppure sempre in agguato. Anche la preghiera, in fondo, risente dello stesso pericolo. Ma la nostra sostanza profonda rimane vergine allo stupro delle parole, non si lascia catturare dal linguaggio (questa animalesca capacità di articolare suoni vocali che pretendono di riprodurre il reale); al massimo la sfioriamo, tangenzialmente: per cui ogni nostro tentativo di mostrare al prossimo il ritratto mostruoso che sorvegliamo in soffitta si risolve in incomprensione e rifiuto, si infrange contro questa tara fondamentale ed è, nel suo racchiudere il fallimento, costituzionalmente tragico. Lo stato di segregazione dell’io non può essere violato; e a ciò si aggiunga che la nostra è un’epoca molto ‘distratta’…: gli altri hanno troppo da fare, per sapere che noi esistiamo; e spesso mi faccio scrupolo circa l’opportunità morale di tediarli con le mie recriminazioni contro l’assurdità dell’esistenza (la mia o quella di chiunque…). Quando si scrive, ci si rivolge pertanto solo a se stessi, o meglio: all’altro che è in noi: si tratta di una comunicazione intransitiva (è un simile solipsismo che spiega l’elusività semantica di tanti codici poetici novecenteschi). Nondimeno, il presupposto di un ‘lettore’ resta ed è ostinatamente forte: cerchiamo un viandante in transito per queste plaghe inabitate, simile a noi, un fratello nel quale imbatterci (forse è questa illusione che spinge a perdersi tra la folla anonima di una grande metropoli, quando la solitudine fa sentire di più il suo morso). Dobbiamo spartire con qualcuno il peso della materia incandescente che ci portiamo dentro, se non vogliamo venirne schiacciati: perciò chi scrive somiglia al tizio che racconta di getto la sua storia a un passante, dimenticando l’intenzione con cui fino a un attimo prima si sporgeva dal parapetto e guardava fisso di sotto; ma essere letti, e soprattutto capiti, da uno sconosciuto, significa anche prostituirsi a lui. Fermo restando che la ‘condivisione’ del proprio sentire con chiunque rimane un miraggio (Conrad scrisse che si vive e si muore come si sogna: da soli): che cosa vedono, gli altri, quando fissano lo ‘specchio’ delle mie parole? Me? Quale Euridice sfuggente? Oppure il loro io sommerso, rimosso, messo da parte perché non compatibile con le prescrizioni del vivere comune, con il visto di rispettabilità che elemosinano al mondo? E che cosa io stesso ci vedo, quando vado a rileggerle in un secondo momento? C’è in ognuno di un barbaro in noi, e latra: meglio narcotizzarlo; tuttavia, sappiamo per esperienza abbastanza ordinaria che quando una parte del nostro corpo è ammalata e ci duole, obbligandoci a fare i conti con le limitazioni dell’essere fisico, d’istinto proviamo l’impulso di gridare e lamentarci e accusare gli Dei: la poesia nasce allo stesso modo, non guarisce ma almeno fornisce alle nostre infermità uno sfogo, una lenizione; è una protesta, patetica come ogni forma di autocommiserazione da parte degli sconfitti, contro l’accanimento di cui ci sentiamo vittime dal momento in cui veniamo al mondo, ed è un pretesto per indirizzare i privati malumori che coviamo verso un bersaglio, un responsabile occulto al quale addebitare le imperfezioni di cui siamo affetti, e sul quale far ricadere le imputazioni dell’accidente di esistere. Diceva Cioran che in un libro mettiamo ciò che non avremmo mai il coraggio di dire a voce: forse l’effetto di ’empatia’ che nei casi più fortunati suscitano i miei versi è connesso all’inevitabile ipocrisia della socialità umana, all’impossibilità di ogni relazione che non sia mediata da una maschera, da un paravento, da un qualche schermo protettivo.

Quello che si intravede nei tuoi versi è un corpo a corpo con la vita, un duello quotidiano con il nonsenso, con la futilità dei riti collettivi. Nella sezione Costeggiando le secche della Grande Sirte ho notato che spesso usi la prima persona plurale, come se, magari inconsapevolmente, ti riferissi  comunque a una collettività. Credi che la poesia oggi possa dare voce a una collettività o al contrario sia sempre e solo una voce isolata?

Giusto, mi pare una analisi inappuntabile: basta che già questo arrivi al lettore, e ho diritto a nutrire speranze che il messaggio nella bottiglia sia raccolto da una mano pietosa… L‘apertura corale dell’io lirico nasce dal presentimento che i destini di tutti si vadano consumando a vuoto, spendendosi in fatti, azioni, sforzi senza un significato (il titolo del libro allude a questa gratuità aberrante e a questa sterilità dispendiosa). Non è più il tempo del tragico; vedo proliferare semmai i segni del grottesco intorno a me: occupiamo i sediolini di una giostra demente, impersoniamo una parte in una pantomima sanguinaria. Quanto alla futilità, poi, me ne considero un intenditore: la colgo in tutto – eppure, paradosso strano ma che mi permette di andare avanti, vi sono aggrappato come ognuno, disperatamente. L’incoerenza mi salva: un demone, o semplicemente la creta di cui sono fatto, mi trattiene dal mietere i terribili frutti conseguenti alle mie conclusioni circa l’esistenza. Non mi so sentire parte di alcuna collettività: sono un intruso, un corpo avulso, l’unico membro superstite di una specie a parte, uno che non ha imparato come si sta al mondo (mondo in cui, per una sorta di scissione, comunque devo vivere), una scheggia nella carne del presente (se fossi ‘integrato’ nell’organismo sociale, come pure molti altri autori dei nostri giorni ostentano di essere, vista l’assiduità con cui informano gli utenti dei social della loro quotidianità spicciola, farei a meno di scrivere…); una estraneità, di fronte al consesso umano, perfino alla creazione e al tempo, analoga alla posizione di un Deus otiosus, ma capovolta: la vivo senza alcun orgoglioso antagonismo romantico. Il poeta, nel suo rapporto con gli altri, mi ricorda le figure del naufrago, dell’esiliato, di un astronauta finito su un pianeta morto (le apparecchiature di bordo sono inservibili, i segnali radio interrotti, alla base lo danno per disperso e hanno rinunciato a recuperarlo…). Provare ad attraversare la soglia della mia individualità significa perdersi; io stesso non ho mappe né bussole per muovermi nei miei territori interiori, e brancolo come un cieco quando mi chiedo chi sono: a volte mi scopro straniero a me stesso… C’è un muro, una parete di ghisa, che cementifica tra l’io e i colori delle strade: sfondarla, o scavalcarla, è peccato di hybris; c’è una provincia del mio essere dove è scomodo, impervio addentrarsi, sconveniente, perfino pauroso, e che respinge gli altri, i quali avvertono d’istinto, appena mi avvicinano, spirare da tutto il mio essere un vento gelido, risuonare un avvertimento che per prudenza li ricaccia indietro, come accade ai predatori quando desistono dal mangiare certe rane tropicali, variopinte ma velenose. E poi mi sentirei in colpa se un lettore, in conseguenza della contaminazione prodotta dal mio libro, iniziasse a vedere il mondo con i miei occhi: mi auguro che le mie parole non guastino a nessuno l’illusione di una prossima primavera: tutti sono infelici, ma ai più fortunati è concessa la grazia di non saperlo: perché scippargliela condannandola come errore, e con quale diritto?Perciò non me la sentirei di biasimare chi dovesse reagire al mio libro con indifferenza, o con rigetto; sarei preoccupato per quella persona, se nel leggermi trovasse motivi per immedesimarsi. Niente di più distante da me che qualsiasi presunzione moralistica: chi sono io, il più inadatto, per parlare a nome degli altri, o per avere qualcosa da suggerire loro, in merito a come affrontare il gioco dell’esistenza? Forse i poeti hanno bisogno di un bagno di umiltà, quando sono tentati dall’ambizione di farsi interpreti della famiglia umana, di vaticinare su certi temi di interesse comune.  Essere ignorati, scivolare in silenzio nell’inesistenza: un libro non ha mai una sorte tanto diversa da quella del suo autore – questa è l’unica coerenza fra vita e opera che io ammetta.

 

La poesia di tua poesia non offre alcuna consolazione estetizzante, eventualmente solo l’esattezza della diagnosi.  In controluce è possibile intravedere lontane ascendenze leopardiane (e anche un po’ di “male di vivere” di montaliana memoria)?

Il mito di un ‘varco’ montaliano traspare nella sezione intitolata Gabbia di Faraday: bisogna ingannare se stessi e la propria sentinella interiore, se si vuole sopravvivere alla fulminazione che comporta la percezione dell’assurdo, all’onda d’urto radioattiva che ci investe appena l’esistenza si mostra nella sua nudità oscena, spoglia dei suoi trucchi consolatori. Alla fine, siamo degli ammalati che cercano di sottrarsi a una diagnosi facendo a pezzi il foglio del referto, o nascondendolo in fondo al mare… Non dico che sia sbagliato, anzi forse l’arte di vivere coincide con l’abilità di affrancarsi dalla verità, questa donna dall’abbraccio troppo possessivo, e con il non pensare. Di leopardiano credo di avere una certa oscillazione tra fuga e lucidità, tra abbandono alle seduzioni del visibile e accettazione della loro inconsistenza; una incapacità di risolvermi tra danza o rinuncia, tra ubriachezza o suicidio: indugio tra due abissi, inebetirmi per mezzo del vino dei sensi oppure farmi statua di gesso; desidero una Itaca da cercare, ma non ho la forza, la follia sufficiente a salpare verso i suoi lusinghevoli miraggi. Ma in generale, se dovessi riconoscermi un antesignano farei i nomi di Strindberg, o di Artaud – due che in Italia non sarebbero mai potuti nascere. Percepisco il vivere come spreco: una sorta di minaccia su ogni nostro istante: qualcosa di meraviglioso ma che non tornerà, come appunto l’essere al mondo, buttato via in girotondo di manichini, in una serie di gesti ridicoli e grotteschi, coagulati in una mancanza di scopo pietrificante (in questo il Surrealismo, ma anche la pittura di Bosch, mi hanno offerto, con i loro automatismi, un procedimento per distorcere il quotidiano in fantasmagorie stranianti e allucinate). Una tale privazione del senso dall’agire la trovo in ogni esistenza (nella mia in massimo grado); la differenza è che io, rispetto alla maggioranza delle persone, ne sono un po’ più consapevole (e questo mi impedisce però di abbandonarmi al flusso: sono un attore che non sa dimenticare di star recitando su un palcoscenico).

Dal momento che nelle tue poesie non vi è alcun riferimento a Napoli né alla “napoletanità” mi chiedevo quale fosse il rapporto con la tua città natale e se vi era un motivo che ti ha spinto a prescinderne completamente. 

Non so credere ad alcuna teleologia, cioè a un disegno provvidenziale orientato a una finalità giustificante, dietro alla mia improvvida comparsa nell’esistenza, all’infuori del caso: per cui non riconosco un significato nel fatto di essere nato qui e adesso, né legami con un luogo o con un’epoca particolari; spazio e tempo, d’altronde, sono congetture della nostra mente, e collocare un qualsiasi evento in un dove e in un quando equivale a una mistificazione metafisica, a uno scherzo dialettico (l’universo, hanno lasciato detto alcuni maestri dell’Induismo, non è che una parola, l’esistenza è maya, impostura..). Se c’è una malattia da cui sono immune, ad esempio, è il tifo sportivo; non ho nazione, non appartengo a una polis. La mia scrittura poi (sebbene qualcuno che se n’è distrattamente occupato abbia affermato il contrario) non segue un canone realistico: io voglio, sì, riprodurre il mondo, ma dandogli una sembianza, nella forma in cui lo rappresento, che non corrisponde a quanto abbiamo sotto gli occhi giornalmente, e che assuma semmai i tratti dell’incubo. Ho poco a che fare con quegli autori che danno voce al ‘legame con la propria terra d’origine’: potevo nascere anche nel deserto australiano, non avrebbe fatto differenza in rapporto a quanto scrivo. Ribadisco: a me interessa il simbolo; la realtà, la scarto: ne faccio sfondo o spunto alle digressioni dell’avventura interiore: sta nell’io il fondamento del mio mondo poetico.