Ars poetica

Insegnavo alle mie parole ad amare,
mostravo loro il cuore
e non desistevo finché le loro sillabe
non cominciavano a battere.

Mostravo loro gli alberi
e quelle che non volevano stornire
le impiccavo senza pietà, ai rami.

Alla fine, le parole
hanno dovuto assomigliare a me
e al mondo.

Dalla raccolta Il diritto al tempo, 1965. Traduzione di Fulvio del Fabbro e Alessia Tondini, in: Nichita Stănescu, La guerra delle parole, Le lettere, Firenze 1999, p. 87

La poesia

Lei si nutre degli sguardi fissi
per poter esistere,
e, quando gli occhi si chiudono, si abbevera
al buio liberato dai poli
assordanti dei timpani.

Vive così tutto il tempo,
benché, talvolta, si lasci
sognare nel sonno,
nutrendosi soltanto del dondolio
dei grappoli di occhi
che pendono dalle nuvole.

Lei ha articolazioni di ragno
quando scivola in silenzio sulla superficie dei suoni
e si innalza alle stelle,
accoppiandosi con sé,
ingravidandosi di sé
per poter ricadere verso la terra.

Da: Oggetti cosmici, 1967. Traduzione di F. del Fabbro e A. Tondini, in: Op. cit., p. 159

 

Nichita Stănescu, l’autore di queste poesie, ha scritto: «Essendo le parole l’ombra della struttura della materia, noi cerchiamo di continuo la fonte che ha illuminato la materia tale da lasciare un’ombra tanto maestosa, tanto semantica. Il tendere verso questa fonte riporta talvolta le parole attraverso la materia, distruggendo la materia, verso la fonte iniziale. L’attraversamento della materia da parte delle parole non ha più attinenza con la parola, esso potrebbe essere la poesia.» (Op. cit.. p. 35). Era nato nel 1933 a Ploiești, primo di sette figli (sua madre era russa). Dopo un’infanzia segnata dalla guerra, termina gli studi liceali (nei quali si mette in luce per il suo temperamento ribelle) nella sua città natale e si trasferisce nel 1952 a Bucarest, dove si laurea in Lingua e letteratura romena nel 1957, e nello stesso anno comincia a pubblicare sue poesie su riviste. Entra lui stesso nella redazione di alcune riviste, conduce una vita bohémien e diventa subito un punto di riferimento per quella generazione di scrittori e intellettuali che tenteranno di rivitalizzare le lettere dopo gli anni della poesia proletaria e del socialismo reale imposti come dogmi (anche se in questi anni pubblicò anche poesie di propaganda). «Questa generazione ha potuto, o le è stato permesso, creare una poesia in cui l’io poetante riafferma il suo ruolo, la sua soggettività differenziata, dopo un decennio e più di noi gregario, di eclissi della coscienza dovuta alla sudditanza ai cliché ideologici» – scrive F. Del Fabbro (Op. cit., p. 32). Nel 1960 pubblica Il senso dell’amore, la sua prima raccolta di poesie, che rappresenta un passaggio importante nella poesia romena del dopoguerra. Nel 1964 (un anno cruciale nella storia della poesia romena nel quale esordirono sia Ana Blandiana sia Marin Sorescu) uscì Una visione dei sentimenti, la sua seconda raccolta, nella quale cominciò ad esplorare nuovi temi, quali, l’erotismo e l’amore, intesi però in funzione di una unione mistica, come cammino per tornare alle origini del mondo e all’essenza della vita. Quell’anno vinse un premio dell’Unione degli scrittori, della quale farà parte ufficialmente a partire dal 1965, dopo la pubblicazione de Il diritto al tempo, la sua terza raccolta di poesia. Da questo momento in poi cominciò a viaggiare, a ricevere premi e riconoscimenti in tutto il mondo e a essere tradotto anche all’estero (nel 1979 venne candidato al premio Nobel). Nel 1983, davanti a una platea di studenti, due mesi prima della sua morte, il poeta dirà: «Se mai sarò morto, sono sicuro che non sarò cibo per i vermi, poiché mi sarò trasformato in parola» (Op. cit., p. 33). Precedentemente aveva scritto: «L’ombra della mia vita sono le parole».

Quello del linguaggio (e della poesia), costituisce forse il tema centrale nella creazione poetica di Stănescu (così come nella sua biografia), specialmente nella sua maturità. Come giustamente nota De Fabbro: «Il Dio di Stănescu si identifica nel potere irradiante dell’ineffabile, personificato in un essere supremo che possiede il linguaggio perfetto, superiore ad ogni linguaggio.» (Op. cit.. p. 21). Questa ricerca sul linguaggio per mezzo della parola, questa indagine sulle fondamenta della poesia, culminò nelle 11 elegie, del 1966, nel quale Stănescu si spinge al limite estremo, vicino alla dissoluzione del significato. Come giustamente nota De Fabbro: «Le 11 elegie rappresentano, rispetto ai tre volumi precedenti, una svolta (..), un nuovo programma di poesia non-mimetica, non-figurativa, astratta. (..) Si attua dunque un rovesciamento di prospettive: le parole non designano le cose, ma agiscono come se fossero cose o persone, si frappongono fra l’io e la realtà o si sostituiscono alla realtà» (Op. cit.. p. 8).