Il Gioco

Né soggetto né oggetto
solo interrogazione
può essere l’ignoto
del pensiero e l’esistenza
che nella poesia trovano
confine: spirito e appoggio
all’urlo enigmatico
di uno spazio che contiene
il tempo del dolore, del silenzio.
Crudele e difficile
è la ricerca di una coscienza
muovendosi ai margini
del dire non dire
tra faglie e crepe
dell’inesprimibile.
Impossibile sopportare
questa misteriosa mancanza
che separa il pensare dalla vita
e scrivere dalle schegge
di una frantumata molteplicità.
memoria di un’assenza
di ciò che verrà svelato
e dovrà compiersi nell’opera
tra rassegnazione  e rinuncia
per raddoppiare la morte.

 

da: Libellus, p. 56

Luigi Martellini, critico letterario e poeta, vive nelle Marche (Fermo). Già docente all’Ateneo di Urbino, è professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università della Tuscia (Viterbo). Ha scritto su D’Annunzio (Ateneo 1975) poi aggiornato (Carabba 2005 col titolo Il mare, il mito), su Malaparte (Mursia 1977) e più volte su Pasolini (Cappelli 1979, Le Monnier 1984, Laterza 1993). Ha curato per Mondadori, Leonardo e le Edizioni Scientifiche Italiane, opere edite e inedite (tradotte anche in portoghese e tedesco) di Malaparte, fra cui le Opere scelte per “I Meridiani” (2002). Altri studi (Petrarca, Monti, Leopardi, Ungaretti, Pavese, Calvino, Primo Levi) sono raccolti in Modelli, strutture, simboli (Bulzoni 1986), in Nel labirinto delle scritture (Salerno 1996) e in Novecento segreto (Studium 2001). Libri recenti: Comete di ghiaccio su Malaparte e Il sogno, la scrittura su Cardarelli per le Edizioni Scientifiche Italiane (2003); curatore di alcune edizioni di Pasolini (Il re dei Giapponesi, 2003) e di Antonio Delfini (Vagabondaggio primaverile e altre prose, 2007) per Via del Vento; autore di un Ritratto di Pasolini (Laterza 2006, tradotto in spagnolo dall’Università di València nel 2010) e di un commento a La coscienza di Zeno di Svevo per Carocci (2010).

Accanto alla produzione scientifica, Martellini ha un’attività creativa come poeta, sulla quale hanno scritto importanti studiosi, e ha dato alle stampe: Quasar (1977, con l’introduzione di Mario Petrucciani), Infiniti sassi (1977, con la presentazione di Giorgio Caproni), Mistificato enigma (1982, con una lettera di Mario Luzi), Poseidonis (1986, con una nota critica di Emerico Giachery), Eídola (1987, con la prefazione di Carlo Bo), Journal 1998 (2008, con una saggio dell’autore), La fiaba impossibile (2008, con uno scritto di Giorgio Patrizi ed una postilla di Mario Luzi) ed il recente La finzione il nulla (2013, con la premessa di Giancarlo Quiriconi). Suoi testi sono inseriti in antologie e tra le traduzioni si ricorda l’edizione in inglese, con introduzione di Vincenzo De Caprio, dei Selected Poems (1964-1987) uscita a New York nel 2006. Collabora a diverse riviste letterarie, ha scritto sulla terza pagina de “L’Osservatore Romano” e, tra i vari riconoscimenti, per la sua attività di letterato gli è stato conferito per due volte il “Premio di Cultura” dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

1)  Recentemente, in una intervista, lei ha dichiarato: “colui che scrive ripensa sopratutto a se stesso, comunica la sua memoria, che non è né fantasia né trasfigurazione, ma rivelazione autobiografica, una sorta di viaggio-pellegrinaggio verso gli anni trascorsi, è una testimonianza, è lasciare una traccia, un attaccarsi alla vita per prolungare la propria breve presenza, una rivendicazione di se (me) stesso”. Qualora la scrittura fosse un atto interamente consumato nella sfera dell’autore, nel suo progetto di critico e scrittore, quale dovrebbe essere il ruolo del pubblico della poesia e/o del suo lettore aggiornato ai tempi dei social network, grazie ai quali assistiamo a un processo di moltiplicazione potenzialmente infinita delle sembianze?

Non mi figuro un lettore, il quale, per definirsi tale, dovrebbe essere analogo a me scrittore, avere quell’affinità elettiva per comprendere la mia interiorità, il mio modo di riflettere, per capire la mia stessa meditazione e avere la capacità di fare la mia stessa analisi, vale a dire aver avuto o avere una vita analoga e che avverta l’esigenza di interrogarsi sulle stesse problematiche esistenziali. Un lettore aggiornato ai tempi dei social-network è un lettore limitato alla semplice comunicazione (più breve possibile e dai contenuti elementari) e la moltiplicazione potenzialmente infinita delle sembianze è falsa, ideale, virtuale. Un lettore per essere lettore della poesia (…di un certo tipo di poesia) deve andare a recuperare una dimensione che lo allontana dall’esternazione tipica e caratteristica come struttura (emittente-ricevente) dei network. La poesia non ha nulla a che vedere col mondo della comunicazione perché non ha un codice da internet, ma un codice di comunicazione diverso, del profondo, simbolico e metaforico, che è ricerca di se stesso, che fa pensare. Il che significa scrivere dell’impossibile che può avvenire (ma anche sembrare), dell’apparizione che fa posto all’apparenza, scrivere del doppio dell’io e del pensiero, in una dialettica della presenza e dell’assenza (l’esserci e il non esserci), di un tempo misto (che si muove contemporaneamente dal passato al presente al futuro), del medesimo e dell’altro, dell’invisibile che per un istante si va vedere… dell’odissea, insomma, del nostro destino, tra mistero e farsa, tra ambiguità e maschere, favole e fobie. Vale a dire tra gli enigmi mistificati dell’esistenza, i sogni, le paure, i segreti, le illusioni, le memorie: ho scritto della favola irrealizzabile della vita, della sua finzione, del vuoto e del nulla, ovvero dei segni di morte. I social-network non sono deputati a questo tipo di contenuti e ad un linguaggio che necessita di una decodificazione per essere ri-codificato per una lettura universale.

2)  Sempre nella citata intervista ha dichiarato: “Contro ogni teoresi sociologica o ideologica o politica e contro ogni moda o tendenza, concludo affermando che il poeta, quindi, parla e si rivolge unicamente a se stesso”. Nella sua poesia ho avvertito una coerente e sostanziale estraneità dal contesto politico-ideologico a partire dalla sua silloge d’esordio Quasar che risale al 1977 (anni in cui era ancora in vigore il diktat dell’impegno politico). Anche per via di tale presa di posizione la sua poesia si è posta fin dall’inizio al di fuori del “mainstream”, malgrado i numerosi riconoscimenti da parte di alcuni poeti della generazione che l’ha preceduta. Mi sembra tuttavia di intravedere nella sua poetica una lontana parentela con la stagione dell’ermetismo, mentre non riesco a percepire alcuna relazione con le neo-avanguardie. Da parte sua si tratta di una scelta consapevole?

Il contesto politico-ideologico e/o diktat dell’impegno politico (che non hanno nulla di poetico e che caratterizza i nostri tempi) non appartengono al mondo della poesia (o per lo meno al “genere” di poesia a cui mi riferisco e che pratico). E l’essere fuori dal cosiddetto mainstream culturale e convenzionale, comune e dominante (e quindi seguito dal più grande pubblico con le sue conseguenze negative o positive), significa essere fuori dalle tendenze massificate (in contrapposizione alle tendenze minoritarie). Sotto questo aspetto è evidente che la mia poetica abbia, quindi, una lontana parentela con la stagione ermetica e che non si percepisce alcuna relazione con le neo-avanguardie in quanto si tratta di orientamenti diversi verso la poesia, impossibile richiamarsi all’uno o all’altro contemporaneamente (per seguire le mode culturali): l’ermetismo è stata la stagione della poetica dell’io, della ricerca della parola (la poetica della parola), tra simbolismo e surrealismo, è poesia pura, suggestiva, evocativa, essenziale e, pertanto, estremamente analogica. Ne consegue una scarsa accessibilità o comprensibilità al gran pubblico. Da storico della letteratura affermo che l’ermetismo ha liberato la poesia dalla retorica, ha creato una lirica nuova, moderna nelle forme e nello spirito anche se c’è la forte esigenza autobiografica (come dicevo sopra) che però si avvale della sincerità (finalità che non pratica il socialnetwork) e soprattutto ha uno stile (che non appartiene al mondo virtuale di internet), non presenta motivi civili e sociali, ma l’essenziale aridità della vita e la scarna e tragica vanità dell’esistenza. Per non dire della neo-avanguardia che è tutto l’opposto (come tecnica, modi espressivi, contenuti, poetica, tendenze e gusti), ma gruppi organizzati che miravano al potere letterario ed editoriale e proponevano una poesia antilirica e anticonsolatoria, scardinavano il linguaggio che volevano strettamente ideologico (quanto mai l’ideologia è stata poesia?), una critica spregiudicata che si avvalse dei mezzi di comunicazione di massa come cassa di risonanza, con testo disarticolati, il plurilinguismo, tecniche sperimentali, dissoluzione del linguaggio tradizionale, con parole asemantiche e… via dicendo. Con questo armamentario affrontavano la realtà (!) che, osservata in prospettiva fenomenologica, rivelava la contraddittorietà e la nevrosi del mondo capitalistico. Ho avuto come compagni di strada ed ho conosciuto personalmente, frequentato e discusso sia coi poeti ermetici sia coi poeti della neo-avanguardia e del Gruppo ’63 e preferisco (nei confronti di quest’ultimi) il mio ruolo marginale (contro l’apparire ad ogni costo), le mie difficili e complesse scelte letterarie (contro la riduzione del tutto a comunicazione) perché sono circondato da una pericolosa omologazione culturale, dalla confusione estrema di ruoli e competenze, dalla perdita dei significati di quello che realmente uno vale: ha vinto l’ignoranza ed è scomparso il valore. Scrivono ormai tutti, sono tutti poeti, romanzieri, critici letterari, filosofi, saggisti, pensatori… o si spacciano tali, si producono contenuti illeggibili da analfabeti e si allestiscono contenitori vuoti, pieni di prosopopee, non c’è più qualità letteraria (solo informazione e comunicazione) e i lettori non riconoscono il vero e l’importante da ciò che è falsificato: regna sovrana l’indifferenziazione e si creano personaggi-presenze senza spessore e storia che durano il tempo di una superficiale presentazione. Distinguersi è impossibile.

3) La sua più recente silloge Libellus, è punteggiata da liriche dedicate a una figura a cui l’io lirico è profondamente legato, e con la quale si intuisce sia intervenuto un doloroso e sofferto commiato, che però attraverso la poesia viene reso più sopportabile. Questa circostanza privata può diventare per il lettore una porta per entrare nel suo mondo e per “empatizzare” con l’autore (con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare). Da parte sua, qual’era il progetto sulla base del quale è nata la silloge in questione?

Entrare nel mio mondo non è quindi facile e non è possibile “empatizzare” con un autore interpretato magari in modo non rispondente a ciò che voglio dire-argomentare scrivendo (il rischio), casomai il lettore virtuale, online…potrà trarre “benefici” da questo mio modo di scrittura poetica che apre uno sguardo diverso, crea un ulteriore canale di “empatia” (più o meno universale) col lettore, con l’autenticità estremamente complessa dei perché inspiegabili della vita e non con la superficialità di un messaggio. Ma mi sia consentito avvalermi di modelli (da me segnalati anche in altre occasioni) molto più importanti del mio perché il discorso della letteratura è sempre un discorso su un destino che ci riguarda. Il mio è perciò un ragionamento (e ragionare appartiene alla tradizione poetica da Dante al Petrarca al Leopardi come sinonimo di poetare) su una storia interiore, sulla memoria personale, su un’assenza, la risposta cioè attraverso la scrittura alle domande più gelose, nascoste dentro di me, per rivelare le rovine della nostra presenza: la presenza dell’assenza. Concetti inconciliabili con quelli di società e di rapporto con gli altri (sinonimi di occasionalità poetica), in quanto la poesia assume il ruolo determinante di rappresentare l’angoscia e l’ansia del momento, sedimentare però su altri infiniti momenti del tempo terreno (si ricordi Ungaretti che diceva che l’uomo non è quello che è, ma quello che è stato) per determinare la riflessione (sulla parola) e la ricerca (sulla parola). Carlo Bo, mio maestro e poi amico dei tempi di studio in quel di Urbino, parlava di “muti e agitati fantasmi” che occupano i nostri giorni, che chiedono forma, e sia la nostra storia sia i nostri sentimenti vivono nella poesia o in un verso o in una parola. Alla morte dunque che ci toglie il presente e il futuro a favore del passato, il poeta contrappone il calendario dei suoi giorni, il journal delle sue ore, dei suoi oggetti, delle sue fobie, e lo fa togliendo parole dal silenzio e dall’immobilità per trasferirle nella rete infinita di altre immagini, quelle della scrittura e del testo, e recuperare così quelle parole dalla loro stessa assenza. Potrei partire da Platone, ma a me interessa trasformare quel concetto di comunicazione (da me negato) con quello più complesso di conservazione: i poeti, diceva Frye, sono dei pensatori (ricordandoci che i poeti pensano per metafore o per immagini, non per affermazioni) e che sono profondamente interessati all’origine, al destino e ai desideri del genere umano, difficilmente riescono a trovare un tema letterario che non coincida con un mito. Nella letteratura qualunque cosa abbia forma, ha forma mitica. Un poesia dunque esistente in un suo universo, che non è registrazione o comunicazione o commento delle vita o della realtà, ma vita e realtà essa stessa. Blanchot ha affermato che scrivere è consegnarsi al fascino dell’assenza del tempo e, devo confessare, che è un fascino che ho sempre sentito, anche se ciò poteva significare avvicinarsi, come ho detto, all’essenza della solitudine. Forse per queste motivazioni il testo, per me, è solitudine assoluta, e non-comunicazione: testo-assenza-essenza. E se la poesia vuole la morte del nostro spirito mi sembra di essere giunto al cerchio kafkiano, ovvero: scrivere per poter morire e morire per poter scrivere, cerchio che conclude quasi geometricamente la mia parola-esperienza, perché lo spazio della morte è lo stesso spazio della parola, nel tentativo (non so fino a che punto riuscito nel mio caso) di rendere la morte “meno amara”, o “meno ingloriosa” o “forse meno probabile”, per usare le definizioni di Proust. E a proposito di Proust mi sembra che proprio lui ha parlato di “silenziosa altezza della memoria” e del “valore essenziale dei ricordi come sorgente di un’opera d’arte” (la sua), scrivendo: “E io compresi che tutti questi materiali dell’opera letteraria erano soltanto la mia vita passata; compresi che essi erano venuti a me, nei frivoli piaceri, nell’ozio, negli affetti, nel dolore, immagazzinati da me senza che potessi prevederne la destinazione, la stessa sopravvivenza” e che quindi l’opera d’arte era solo il mezzo per ritrovare il tempo perduto (il tempo ritrovato). Perciò ogni creazione d’arte si regge su un mondo di memorie, quelle di cui è intessuta la nostra vita. Si pensi dunque all’osmosi tra il mondo della realtà e il mondo della fantasia (o quello onirico) , si pensi all’opera costruita ad immagine e somiglianza dell’autore che attinge al suo magazzino di memorie. Ed è in questo tempo delle memorie l’essenza stessa di ogni individuo: il sentimento del tempo e della memoria. Proust parlava di miniera (il cervello), dove lui minatore estraeva le memorie-minerali per far sopravvivere il passato e per porre quel tempo ritrovato (che è un tempo nuovo) di fronte al silenzio della morte. Mi viene in mente una curiosa metafora di Sartre (nel suo libro intitolato Les mots) sul fatto che per rinascere bisogna scrivere, resa (la rinascita) nella metamorfosi degli autori che “non sono morti completamente ma si sono trasformati in libri”. Sarebbe lungo l’elenco di quanta poesia è nata dalla ricerca del tempo passato, dalle “ricordanze”, dalle memorie, per l’ansia di ciascuno di noi di sopravvivere sulla terra, di rifiutare quell’abisso orrido e immenso dove l’uomo (non solo leopardiano) precipitando il tutto oblia. Lasciare una traccia, un attaccarsi alla vita per prolungare la propria breve presenza, una rivendicazione di se (me) stesso, un togliere alla morte uno spazio da far rimanere. Nel silenzio della parola è l’assenza, e lì – colui che scrive – ritrova il senso irripetibile della sua presenza: in questo spazio è la poesia. Contro ogni teoresi sociologica o ideologia o politica e contro ogni moda o tendenza, concludo affermando che il poeta, quindi, parla e si rivolge unicamente a se stesso. Solo lui è il vero e solo destinatario della sua poesia. E gli altri? Diceva bene Valéry quando affermava che la poesia aveva il senso che il lettore dava ad essa e che era un errore contrario alla poesia dire che alla poesia rispondeva un senso unico. Questo è il “progetto”, doloroso e sofferto, della mia poesia ed ogni volumetto che pubblicavo continuava il tempo del precedente.