Poesia

Si intrufola nella porta di servizio,
di soppiatto oltrepassa la cucina,
il salotto, l’ingresso,
sale le scale ed entra
in camera. Si china
sul mio letto e dice che è venuto
a uccidermi. Il lavoro
lo compirà a stadi.

Prima le unghie
verranno spuntate, poi le dita
dei piedi eccetera fino
a che nulla resti di me.
Stacca uno strumentucolo
dal portachiavi, e attacca.
Sento Il lago dei cigni dallo stereo
di un vicino e canticchio.

Quanto tempo trascorra
non so dire. Ma quando torno in me
sento che dice che arrivata al collo
e non può continuare
perché è stanca. Gli dico
che ha fatto abbastanza,
che dovrebbe rincasare, riposare.
Mi ringrazia e se ne va.

Resto sempre sorpreso
da come si accontenta facilmente
certa gente.

Poem

He sneaks in the back door,
tiptoes through the kitchen,
the living room, the hall,
climb the stairs, and enters
the bedroom. He leans
over my bed and says he has come
to kill me. The job
will be done in stages.

First, my toenails
will be clipped, then my toes,
and so on until
nothing is left of me.
He takes a small instrument
from his keychain and begins.
I hear Swan Lake begin played
on a neighbor’s hi-fi and start to hum.

How much time passes,
I cannot tell. But when I come to
I hear him say he has reached my neck
and will not be able to continue
because he is tired. I tell him
that he has done enough,
that he should go home and rest.
He thanka me and leaves.

It shall never cease to amaze me
how easily satisfied
some people are.

da: Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2019, p. 47.

Nato a Summerside (Canada) nel 1934, ma cresciuto negli Stati Uniti, dove si è trasferito con la famiglia all’età di quattro anni, Mark Strand ha vissuto da adolescente in diversi paesi dell’America Latina al seguito del padre, agente di commercio. Negli anni cinquanta frequenta la Yale School of Art con l’intenzione di diventare artista e lavora brevemente a Città del Messico come assistente di Siqueiros, ma l’esperienza non è soddisfacente e, al suo ritorno in patria, Mark decide di dedicarsi alla poesia ottenendo un master al Writer’s Workshop presso l’università dello Iowa. Successivamente trascorre alcuni anni all’estero (Italia e Brasile) grazie a borse fulbright. Nel 1964 ha esordito con la raccolta Sleeping with One Eye Open (in it. “dormire con un occhio aperto”), da cui è tratta la poesia citata. Da allora ha insegnato in diverse università americane (Washinghton, Columbia, Princeton, Harvard, e Chicago) e nel 1990 ha ottenuto la nomina a poeta laureato. «La poesia di Strand ha la qualità straniata e surreale dei sogni ed è costellata di immagini di allucinata nitidezza che ricordano i quadri di Edward Hopper (artista che Strand ha studiato in particolare), ma anche, per altri versi, certi autori surrealisti latino-americani» (Andrea Sirotti, da: Antologia della poesia americana, Gruppo editoriale L’Espresso, Roma 2004, p. 682). Ha tradotto poeti dal portoghese-brasiliano (Carlos Drummond de andrade) e dallo spagnolo (Rafael Alberti). Fu convinto assertore del verso libero, del quale si servì nell’intera sua creazione letteraria, ma egli stesso a proposito ha dichiarato: «Pare quasi superfluo sottolineare la miopia di coloro che vorrebbero farci credere che la forma di una poesia si limiti alla sua conformazione. Sostengono che esiste una poesia formale e una poesia senza forma – il verso libero, in altre parole; che la poesia formale ha dimensioni ritmiche, strofiche, ecc., e di conseguenza misurabili, mentre il verso libero esiste solo come sbrodolata la cui disposizione è arbitraria e perciò è, come tale, non misurabile. Ma se qualcosa abbiamo imparato dalla poesia degli ultimi venti o trent’anni, è che il verso libero è formale quanto qualsiasi altro verso. (..) La forma si manifesta con la massima chiarezza nell’apparato di argomentazione e immagine o, in altre parole, di trama e figure del discorso.» (da: Note sul mestiere della poesia, in: Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2019, p. XVII-XIX). La poesia in questione si riferisce con tutta evidenza al processo creativo della scrittura poetica. L’unico problema che pone al traduttore e al lettore italiano è il fatto che la chiave della lirica è nel titolo stesso: in italiano “poesia” indica sia un singolo componimento che il genere letterario, mentre in inglese poetry sta a indicare il genere, mentre la parola poem (titolo della lirica in questione) indica solo il singolo componimento. Il pronome singolare maschile all’inizio del componimento, che è il perno intorno a cui ruota tutto il componimento, è una scelta dell’autore che intende dare una presenza fisica, come fosse un ospite, alla lirica nel momento in cui la sta scrivendo. L’italiano deve per forza adottare la forma femminile, perché riferita al genere del titolo e ciò potrebbe sviare il lettore, che vi potrebbe intravedere una diversa sfumatura (anche la scelta di adottare il maschile potrebbe essere sviante in quanto rompe il nesso tra il titolo e il componimento stesso). Anche per questo è consigliabile dare un’occhiata al testo originale.