Mezzogiorno

La strada è un bambino che mi corre davanti
             e poi si nasconde dietro una curva –
Vuole forse sorprendermi quando vi arriverò.


Il sole si è costruito un nido di luce
               sotto le gronde di mezzogiorno;
Un’allodola si precipita giù dal cielo terso
Come una freccia che canta, bagnata d’azzurro,
              dall’arco spaziale.


Ma i miei occhi trafiggono quel soffice azzurro,
             da molto lontano,
Laggiù dove vagano eterni amanti
Nelle grandi strade azzurre
Del silenzio.

Midday

The road is like a little child running ahead
         of me and then hiding behind a curve –
Perhaps to surprise me when I reach there.


The sun has built a nest of light under
                       the eaves of noon;
A lark drops down from the cloudless sky
Like a singing arrow, wet with blue, sped
                        from the bow of space.


But my eyes pierce the soft azure, far, far
                        beyond,
To where roam eternal lovers
Along the broad blue ways
Of silence.

Pascal D’Angelo (1894-1932), poeta e prosatore autodidatta, emigrato nel 1910 negli Stati Uniti dal suo paese natale, Introdacqua (L’Aquila) rappresenta un caso interessantissimo, umano e letterario. La sua autobiografia Son of Italy, pubblicata originariamente nel 1924 (New York, Macmillan) è stata definita da Luigi Fontanella, il critico italiano che gli ha dedicato il romanzo biografico Il dio di New York (Passigli, Firenze 2017): «il documento autobiografico più vivido e lacerante dell’esperienza protonovecentesca italoamericana» (ne è uscita una traduzione italiana per i tipi de Il Grappolo nel 1999). Ma Pascal (Pasquale) D’Angelo fu innanzi tutto un poeta e, al pari del suo quasi coetaneo Emanuel Carnevali (nato nel 1897 e sbarcato a New York nella primavera del ‘14). Sbarcato a sedici anni insieme al padre nel 1910, ebbe un durissimo apprendistato e un destino apparentemente simile a moltissimi altri connazionali, spinti dall’indigenza ad abbandonare il proprio paese. A differenza di questi però la scoperta di un nuovo continente coincise con un’altra scoperta: quella della propria vocazione poetica. Giorno dopo giorno, la lingua che faticosamente apprende diventò quella con cui si cimentò come poeta, una via di fuga dalle miserie e dal degrado che lo circondavano verso un mondo di luce e di bellezza che aveva scoperto nelle poesie dei romantici inglesi, avidamente letti nella biblioteca pubblica di New York. Come ha scritto Luigi Fontanella: «Ed è, di fatto, la poesia di D’angelo, un inno alla bellezza, al desiderio d’infinito, all’ideale, alla splenetica rêverie, ma senza che il poeta dimentichi mai, nemmeno per un momento, la sua condizione di emigrato e la conseguente, titanica lotta per la sopravvivenza. Sicché Pascal si sente subito investito, dal momento in cui comincia a scrivere, come di una missione palingenetica: il poeta ha un suo ruolo, e ha il dovere di obbedire alla sua voce interna, a dispetto di tante difficoltà ambientali, e a dispetto di una lingua nova sì, ma pervicacemente studiata e imparata giorno e notte, in compagnia di un Webster sempre più sbrindellato e di maestri sublimi come Keats e Shelley, maestri che sappiamo man mano illuminarlo e dargli la forza necessaria a resistere.» (Da: La Parola Transfuga. Scrittori italiani in America, Cadmo, Firenze 2003, p. 61). Dopo essere passato attraverso ogni genere di privazioni e fatiche, nel 1922 riuscì a vincere un modesto premio letterario indetto dal quotidiano «The Nation». Alcune sue poesie furono pubblicate su varie riviste. Nel 1924 uscì la sua autobiografia. Ma il suo momento di gloria finì poco dopo. Sfiancato da una vita disagiata, nella miseria più completa, si spense nel 1932, a soli trentotto anni.