Lo specchio di Dostoevskij

Me ne andavo già dalla casa
che non era occupata né vuota,
che sta sul limite dei vivi e dei morti,
piena di cose mature per l’uso e il disuso, così tenaci,
con gli occhi aperti sull’ombra –
quando tornai sui miei passi.

Fu forse il cappello sotto il vetro,
il bastone scuro, consumato in punta,
i due ombrelli inutili, nel portabastoni,
che non aspettavano nessuno, assenti
di ogni mano.

Qualcosa mancava, quello
per cui lui portava la terza tazza di tè alla sua scrivania
e scriveva selvaggiamente, tutta la notte bianca come una pagina
il cui il biancore lattiginoso galleggiava sulla Neva,
e non è possibile riempirla con nessuno sguardo.

Allora guardai il suo specchio:
vertigine, paura, audacia, tentazione indecifrabile.
Non guardarmi in lui (assurdo), ma guardarlo, lui,
il suo specchio senza di lui, nudo di lui, ovale
nella sua cornice di legno.

Tutto così povero, così allucinante, così reale.

(Egli non inventava nulla, mi dissero: quella è la finestra
livida dell’usuraia: se si scrive ventitré gradini,
sono ventitré, né uno di più né uno di meno. Cioè,
mi dico, inventava tutto com’era. Sono
nella sua casa).
La visita non era terminata.
Tornai sui miei passi, ritornai, come se ormai
mi fossi abituato, così, presto, a quel luogo,
a quella piccola uscita o entrata che egli usava.
Mi fermai davanti allo specchio, scrutando, interrompendo il suo deserto fiume,
indifeso, sciocco, inarrestabile, deciso a tutto.

Allora vidi ciò che mancava.

El espejo de Dostoievski

Me iba ya de la casa
que no estaba ocupada ni vacía,
que está en el borde de los vivos y los muertos,
llena de cosas maduras por el uso y el desuso, tan tenaces,
con los ojos abiertos a la sombra –
cuando volví sobre mis pasos.

Fue quizás el sombrero bajo el cristal,
el bastón oscuro, desgastado por la punta,
los dos paraguas inútiles en la bastonera,
no esperando a nadie, ausentes
de toda mano.

Algo faltaba, aquello
por lo que él llevaba la tercera taza de té a su escritorio
y escribía salvajemente toda la noche blanca como una página
cuyo blancor lechoso flota sobra la Neva
y no es posible llenarla con ninguna mirada.

Entonces miré a su espejo:
vértigo, miedo, audacia, tentación indescifrable.
No mirarme en él (absurdo), sino mirarlo a él,
a su espejo sin él, desnudo de él, ovalado
en su marco de madera.

Todo tan pobre, tan alucinante, tan real.

(Él non inventaba nada, me dijeron: ésa es la ventana
lívida de la usurera: si escribe veintitrés escalones,
son veintitrés, ni uno mas, ni uno menos. Es decir,
me digo, lo inventaba todo come era. Estoy
en su casa).
La visita no había concluido.
Volví sobre mis pasos, regresé, como si ya
me hubiera acostumbrado, tan pronto, a aquel lugar,
a aquellla pequeña salida o entrada que él usaba.
Me paré frente al espejo, escudriñando, interrumpiendo su desierto río,
expuesto, idiota, indetenible, decidido a todo.

Entonces vi lo que faltaba.

trad. di G. Soria, in: Antologia della poesia spagnola e ispanoamericana, Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2004, pp. 691-693. Originale tratto da: Hojas perdidizas, 1988.

 

Nel prologo al suo Ese sol del mundo moral: para una historia de la eticidad cubana Cintio Vitier si è definito “Aspirante a vita a essere poeta e cristiano”. Intellettuale cattolico, ha dedicato la sua vita alla poesia, come testimoniano i titoli, i premi e le gratificazioni (tra cui Il premio nazionale di poesia cubana del 1989). Nella sua lunga attività Vitier ha pubblicato  poesia, saggistica e prosa e scritto alcuni testi cardine sulla letteratura cubana, inclusa la sua antologia del 1948 Diez poetas cubanos: 1937-1947 edito e promosso dalla rivista «Orígenes», e il suo celebre studio Lo cubano en la poesia, del 1958.

Figlio del saggista, educatore e critico letterario  Medardo Vitier, Cintio nacque a Key West (Florida) nel 1921. La famiglia tornò presto a Cuba, nella provincia di Matanzas, dove Vitier crebbe e frequentò la scuola fondata dal padre. Sin dall’infanzia mostrò interesse verso la letteratura e fu un lettore vorace. Lo stesso Vitier riconobbe l’importanza nella sua formazione della biblioteca del padre, che poteva vantare una ampia collezione di volume di scrittori cubani e ispano-americani, di classici spagnoli e alcuni libri inglesi.

Quando Vitier aveva quindici anni, suo padre fu nominato segretario dell’educazione nell’amministrazione del presidente Carlos Mendieta e così la famiglia si trasferì a l’Avana, dove rimase per tutta la vita. Qui frequentò la scuola La luz, dove conobbe Eliseo Diego, che fu il suo amico di una vita. A questi anni risalgono le prime poesie, confluite nel libro del 1938 Poemas e nel più noto Luz, ya sueño, sempre del 1938. In questi anni il poeta cubano conobbe personalmente Juan Ramon Jimenez, il quale visse a Cuba alcuni anni subito dopo lo scoppio della Guerra civile spagnolo. L’influenza del poeta spagnolo, che scrisse anche una premessa a Luz, ya sueño fu sempre riconosciuta da parte dell’omologo cubano. Allo stesso tempo in questa raccolta, secondo la critica cubana, sono già visibili i segni di uno stile personale peculiare, definito “la metafisica del concreto”.

Dopo aver completato il ciclo della scuola dell’obbligo Cintio si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e nel 1947 terminò il dottorato in legge, anche se non esercitò mai alcuna professione legata a questa laurea. In questi anni conobbe e sposò la poetessa Fina Garcia Marruz, anche lei collaboratrice della rivista “«Orígenes»,” e cominciò a insegnare il francese nella Escula para maestros a L’Avana (cosa che continuò a fare fino al 1961). Come gli altri membri del gruppo, anche Cintio in qualità di poeta era più interessato all’espressione lirica pura più che alle istanze sociali, a un’idea dell’identità cubana legata alla ricerca metafisica e universale nella quale si incrociano le antiche radici del barocco spagnolo e coloniale con i decadenti francesi, tradotti e amati da Cintio.

La multiforme poesia di Vitier è connessa con una varietà di argomenti che vanno dal tempo nella sua dimensione esistenziale alla natura della poesia, dagli eventi quotidiani nella loro manifestazione poetica all’identità cubana. Questa fase della sua poesia è considerata lirica ed ermetica. Vitier stesso l’ha definita “Coscienza della poesia”.

Tra i libri della sua prima fase, vi è la raccolta Sedienta cita (in it: “appuntamento triste”) del 1943, influenzato dal poeta peruviano Cesar Vallejo, che viene considerata più complesso del suo precedente Luz, ya sueño

La pubblicazione della raccolta poetica Enemigo Rumor di Lezama Lima, nel 1941, aprì nuovi cammini ai giovani seguaci del maestro, soprattutto al ventenne Cintio, il quale, nella successiva raccolta Extrañeza de estar, del 1944, Vitier riflette su “la stranezza dell’esistere” raggiungendo un grado maggiore di complessità. Temi che approfondirà in Capricho y homenaje del 1947 nel successivo El hogar y el olvido del 1949 nel quale, secondo il critico Enildo Garcia, “il poeta si prefigge di scoprire il regno dello spirito, tentando di raggiungere con un viaggio attraverso la fede “Il luogo impossibile dell’anima”. I successivi Substancia del 1951, e Conjeturas del 1951 hanno a che fare con il problema esistenziale dell’assoluto, ovvero l’impossibilità di afferrare l’assoluto in quanto tale. Chiude questa prima fase della sua creazione poetica Canto llano una raccolta di cinquanta poesie che si rifanno ai Salmi, al Nuovo testamento e a Tommaso d’Acquino nei quali l’autore ritorna a schemi metrici chiusi. Nel 1958 pubblicò il saggio Lo cubano ne la poesia, una brillante analisi della poesia cubana in relazione alla “cubanità”, concetto che però, dall’analisi dell’autore stesso, risulta piuttosto vago ed elusivo.

L’estetica vitieriana parte da Lezama Lima. Per quest’ultimo tutto si muove intorno alla “poesia come chiave dell’enigma”. Se le radici prossime dell’estetica vitieriana nascono da Lezama Lima, le radici lontane affondano nei maestri europei, soprattutto francesi. L’idea del poeta come decifratore risale direttamente al simbolismo francese e non a caso Vitier, nel saggio La rebeldion de la poesia esalta Baudelaire, poiché “concepisce in modo consapevole ed esclusivo la funzione poetica, per la prima volta nella sua storia, come conoscenza sistematica dei misteri dell’anima”. Ugualmente è dalla figura di Rimbaud dal quale si sente attratto, per le evidenti contiguità teoriche e visionarie espresse nella celebre Lettera a Paul Demeny, ove si avvalora la funzione del poeta “veggente”, nella quale  Vitier intravede quella che definisce “logica mistica de la poesia”.

Lo specchio di Dostoevskij appartiene alla fase più tarda della sua produzione in versi, quando era già un poeta affermato. In essa il dato di partenza, una visita alla casa-museo del grande scrittore russo, che però si conclude con una riflessione di carattere metafisico legata al motivo dello specchio, caro a numerosi poeti di tutti i tempi a partire dal barocco, che si dimostra essere la radice di tanta poesia moderna.