José Emilio Pacheco

SCRITTO CON INCHIOSTRO ROSSO

La poesia è l’ombra della memoria
ma sarà materia dell’oblio.
Non è la stele eretta nella selva profonda
per durare oltre le sue corruzioni,
semmai è l’erba che agita il prato
per un istante
e subito dopo è paglia, povere,
meno di nulla di fronte al vento eterno.

ESCRITO CON TINTA ROJA

La poesía es la sombra de la memoria
pero será materia del olvido.
No la estela erigida en la honda selva
para durar entre sus corrupciones,
sino la hierba que estremece el prado
por un instante
y luego es brizna, polvo,
menos que nada ante el eterno viento.

Mario Benedetti

OMBRE SOLTANTO O IN CHE MODO DEFINIREBBE LEI LA POESIA…
a José Emilio Pacheco

La verità è che mai
avrei provato a definirla

se invece lei mi domandasse
cosa non è poesia allora sì
potrei immaginare potrei sparare a caso
una ventina di risposte

per esempio è probabile
che non trovassero posto nell’elenco
né lo spettro della pena di morte
né il dito ammonitore di Wojtyla
né gli incendiari dell’Amazzonia
né i pompieri del rancore in fiamme
né gli sfrondatori di utopie
né le pinacoteche di gangster e banchieri
né i meschini prescindenti
né ancor meno i vice prescindenti

ma non sono sicuro

la poesia sa scegliere
come dio

o come voi dite che sa fare dio
sentieri imperscrutabili e infiniti
qualcuno molto
poco transitato

mi salvi il cielo o mi protegga il diavolo
di dire che questo non è poesia

quando con inchiostro rosso definì José Emilio
la poesia ombra della memoria
colse nel segno meravigliosamente
il che non impedisce di pensarla
come memoria altresì dell’ombra

passa l’amore e lascia la sua ombra
e passa l’odio e lascia la sua ombra
passano la mattina e la canicola
e resta un acido sapore d’ombra
sopra le impalcature e sopra il prato
nei taciturni e nei chiacchieroni
dentro le volte mobili del mare

e insieme alla chiave dei corpi
e alla complicità lunare
l’ombra adombra gli ulivi
i padiglioni e i campanili
nonché le antenne paraboliche

in questo modo / e dopo tutto
con quelle ombre che ci lasciano
e nello sguardo e negli orecchi
in mezzo al vuoto del delirio
o nelle ipotesi del sesso
e nella cenere finale

con la memoria di queste ombre
ecco che raggiungiamo
certe volte
certe rarissime occasioni
la blindata e fragile poesia
o forse solo la memoria
dell’ombra della poesia

SOMBRAS NADA MÁS O COMO DEFINIRÍA USTED LA POESÍA
a José Emilio Pacheco

La verdad es que nunca
se me había ocurrido definirla
si usted en cambio preguntara
qué no es poesía entonces sí
podría imaginar como tiros el aire
quince o veinte respuestas
por ejemplo es probable
que no hallaran cabida en el registro
ni el espectro de la pena de muerte
ni el dedo admonitorio de wojtyla
ni los eróstratos de la amazonia
ni los bomberos del rencor en llamas
ni los defoliadores de utopías
ni las pinacotecas de gangsters y banqueros
ni los mezquinos prescindentes
ni muchísimo menos los vice prescindentes
pero no estoy seguro
la poesía tiene
como dios
o como dicen que usa dios
sendas inescrutables e infinitas
y algunas de ellas
poco transitadas
líbreme dios o sálveme mandinga
de decir esto no es poesía
cuando con tinta roja definí José Emilio
la poesía como sombra de la memoria
maravillosamente dio en la tecla
pero eso no descarta concebirla
también como memoria de la sombra
pasa el amor y deja sombra
el odio pasa y deja sombra
pasan la madrugada y la canícula
y dejan un sabor ácido a sombra
en los andamios y en el césped
en los lacónicos y hablantes
en las errantes bóvedas del mar
y con la clave de los cuerpos
y las complicidades de la luna
la sombra asombra a los olivos
a las glorietas a los campanarios
a las antenas parabólicas
así / después de todo
con esas sombras que nos dejan
en la mirada y en los tímpanos
en el vacío del delirio
en las hipótesis del sexo
en la ceniza finalista
con la memoria de esas sombras
damos alcance
en ciertas ocasiones
excepcionales ocasiones
a la blindada frágil poesía
o quizá a la memoria de la sombra
de la poesía.

da: Inventario, Le Lettere, Firenze 2001, pp. 210-214

Un aspetto poco noto della biografia intellettuale di due figure di primissimo piano nella scena letteraria dei rispettivi paesi, come il messicano José Emilio Pacheco (1939-2014) e l’uruguayano Mario Benedetti (1920-2009), che appartennero anche a due generazioni diverse (tra le loro date di nascita corrono 19 anni) era il dialogo intellettuale e artistico basato sulla reciproca stima. Erano entrambi sia poeti che prosatori (raggiungendo livelli di riconosciuta eccellenza in tutti e due i campi). Pacheco scrisse una introduzione alla raccolta dei racconti di Mario Benedetti, il quale ricambiò col saggio La poesia aperta di José Emilio Pacheco (tradotto in italiano nel volume antologico di Pacheco Gli occhi dei pesci. Poesie 1958-2000, Edizioni Medusa, Milano 2006). Le due poesie che abbiamo citato, quella di Pacheco, è apparsa nel volume Irás i no volverás del 1973, mentre quella di Benedetti è contenuta in Las soledades de Babel del 1991 e rappresenta un importante testimonianza di quel profondo dialogo tra i due poeti che, pur appartenendo a generazioni diverse, avevano alcune radici in comune, come ad esempio un duraturo e significativo influsso de “l’antipoesia” di Nicanor Parra (che Pacheco ribattezzò “realismo colloquiale”), figura imprescindibile nello sviluppo della poesia latinoamericana. Mario Benedetti aveva esordito nel 1945 con la raccolta di poesia La víspera indeleble, nove anni prima di Poemas y antipoemas, la celeberrima silloge di poesia di Nicanor Parra che aprì la stagione dell’antipoesia o poesia colloquiale. Tuttavia Mario Benedetti (che tra l’altro aveva realizzato un’intervista a Nicanor Parra per il periodico uruguayano «Marcha» nel 1969) nel corso del suo lungo percorso artistico ed esistenziale, nella fase successiva all’esilio dovuto alla colpo di stato del 1973, fase a cui appartiene la poesia in questione, si accostò gradualmente alla poetica della realismo colloquiale, che negli anni ’70 era diventata un punto di riferimento imprescindibile nella poesia di tutto il mondo ispanoamericano. Parte di questa poetica era il carattere “antiprofetico” e il linguaggio colloquiale prossimo a quello dei mass media, legato ai temi dell’attualità. Per Pacheco e per la sua generazione di intellettuali messicani un punto di svolta è rappresentato dalla strage di Tlatelolco del 1968, trauma che costrinse il poeta messicano a ridefinire la sua poetica nella sua raccolta No me preguntes cómo pasa el tiempo (1969) a cui fece seguito Irás i no volverás del 1973, raccolta nella quale si accentua il carattere epigrammatico della poesia del messicano, caratterizzata da un tagliente sarcasmo e da un pessimismo sempre più accentuato. Mario Benedetti nel 1985, dopo la fine della dittatura in Uruguay, fece ritorno nel suo paese, ma non vi si stabilì definitivamente (alternava la sua permanenza in patria con lunghi soggiorni in Spagna). Durante questi anni il poeta ebbe modo di tornare a riflettere in maniera più serena sulle tragedie e sulle passioni politiche degli anni ’70 (la militanza politica, le dittature). Nel quadro di questa riflessione, alla quale è legata la parte più importante della sua creazione poetica, appartiene questa poesia dedicata da Mario Benedetti a José Emilio Pacheco.