Il congedo del buffone

I miei panni li sciupò la polvere colorata
restituì i miei vestiti al fondo del mare;
cieco restai accanto all’acquitrino
vicino al fiume svenuto per un colpo di coda della sua stessa schiuma.

Cercai in vano la mia immagine
guardandomi nello specchio oscuro dei girasoli;
smarrii il bagliore immortale liquidandolo a grandi sorsi,
e anche la mia flanella per lucidare la luna
e il porto dove il pomeriggio cade in ginocchio.

Persi le mie viscerali pertinenze
i miei lussi di uomo senza niente,
lo sguardo antico che cresceva
a la velocità con cui il gambo insegue le sue foglie.

Dove saranno rimasti i miei palazzi di acqua col sogno?
dove le enormi foglie bianche
che l’inverno staccò dall’albero?

Le aquile del centro della terra,
le dolci invenzioni di segatura,
tutti i miei beni, a stento misurabili in palpiti e allegria,
in che piega del caos troveranno sepoltura?

Signore e signori, pietre e uccelli:
è la bellezza della vita quello che ci lascia così poveri,
la bellezza della vita
quello che lentamente rende pazzi.

Oh signore, signori, bimbi, fiori,
il mio cuore compare per l’ultima volta davanti a voi:
I miei panni li sciupò la polvere colorata
restituii i miei vestiti al fondo del mare.

La despedida del bufón

Se ajaron mis ropas de polvo colorido,
al fondo del mar mis vestiduras devolví;
ciego quedé junto al estanque,
junto al río desmayado por un coletazo de su propia espuma.

En vano busqué la imagen mía
mirándome en el espejo oscuro de los girasoles;
perdí el brillo inmortal liquidándolo a grandes sorbos
y también mi franela para limpiar la luna
y el puerto donde el atardecer cae de rodillas.

Perdí mis entrañables pertenencias,
mis lujos de hombre sin nada,
la mirada antigua que crecía
a la velocidad con que el tallo persigue su follaje.

¿Dónde quedarían mis palacios de agua con sueño,
dónde las enormes hojas blancas
que el invierno desprendió del mástil?

¿Las águilas del centro de la tierra,
los dulces inventos de aserrín,
mis bienes todos, apenas mensurables en latidos y alegría,
en qué pliegue del caos hallaron sepultura?

Damas y caballeros, piedras y pájaros:
es la hermosura de la vida lo que nos deja tan pobres,
la hermosura de la vida
lo que lentamente nos vuelve locos.

Oh señores, señoras, niños, flores:
mi corazón comparece por última vez ante vosotros,
se ajaron mis ropas de polvo colorido
al fondo del mar mis vestiduras devolví.

Tratta da: Giovani poeti dell’America Centrale del Messico e delle Antille, Einaudi, Torino 1977, pp. 141-143 (a cura di Hugo Garcia Robles e Umberto Bonetti, traduzione riveduta e corretta)

Nacque a Città del Messico, città dove visse tutta la vita, nel 1932, diciotto anni dopo Octavio Paz, poeta con il quale Montes de Oca ebbe occasione di collaborare negli anni ’70 alla redazione delle riviste “Plural” (tra il 1971 e 1976) e “Vuelta” (tra il 1976 e il 1988), due periodici che marcarono in modo profondo le lettere e la poesie nell’area latinoamericana, alle quali collaborò anche il più giovane poeta José Emilio Pacheco (nato nel ’39). Marco Antonio Montes de Oca debuttò nel 1953 con la raccolta Ruina de la infame Babilonia in un contesto storico e in una città che era cambiata radicalmente da quando, nel 1943, l’aveva lasciata Octavio Paz. La Rivoluzione messicana era ormai solo un lontano ricordo. Archiviata anche la Guerra di Spagna, così come la poesia schierata con la causa repubblicana. Anche l’entusiasmo della sinistra e degli intellettuali nei confronti dell’Unione sovietica si andava gradualmente raffreddando. A partire dal 1940, con la presidenza di Manuel Ávila Camacho, il paese visse una lunga fase di sviluppo economico e stabilità politica, il cosidetto “Desarollo estabilizador” o “Miracolo messicano” basato, almeno nei primo decennio, su un costante incremento delle esportazioni verso gli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. All’inizio degli anni ’50 Montes de Oca insieme ad altri poeti (Eduardo Lizalde ed Enrique González Arthur) diede vita al “poeticismo”, un effimero movimento che pretendeva di offrire una base scientifica al linguaggio poetico. Nel 1959 ottenne il prestigioso premio Xavier Villaurrutia con la sua quarta raccolta di poesia Delante de la luz cantan los pájaros (in it: “davanti alla luce cantano gli uccelli”). Fin dai suoi esordi nella sua poesia di Montes de Oca metteva al centro il linguaggio poetico stesso. La sua capacità di coniare metafore originali, che impressionò subito la critica (che a volte in seguito gli avrebbe rimproverato la sovrabbondanza di immagini), si rifaceva alle libere associazioni dei surrealisti e alle deformazioni della lingua dell’espressionismo. Tuttavia le metafore in Montes de Oca non sono al servizio di una causa, dal momento che è la base stessa del linguaggio poetico (e più in generale del linguaggio), ovvero la sua stessa referenzialità, a essere continuamente messe in discussione (non è tanto, o solo, l’io lirico a essere messo in questione nei suoi versi, quanto la capacità stessa del linguaggio di enunciare). Possiamo leggere in questa chiave anche la summenzionata poesia, nella quale l’autore, sfiora anche questioni di meta-poesia e, mescolando vari stilemi letterari (qualche reminiscenza del mito di Narciso, del Rigoletto verdiano, forse anche del personaggio di Ofelia dell’Amleto) abbozza un impietoso ritratto dell’artista (Montes de Oca fu anche pittore e scultore) del secondo ‘900, al quale, orfano delle utopie, non rimane che cercare nei fantasmi del passato la risposta alle domande della vita.