Colantonio – San Girolamo e il leone

 A Karl Dedecius con incrollabile amicizia

A dir la verità un caos
i libri in disordine
l’Organon Marx Engels Lolita il Tractatus Logico-Philosophicus
un santo legge tutto
e a margine
una fioritura di commenti:
confronta pagina 7 esatto nulla ne consegue

sulla scrivania un rotolo di pergamene
il pennino il calamaio la clessidra
inutili flaconcini che aiutano a concentrarsi
in essi si riflette il mondo rivoltato e dunque messo in dubbio

proprio mentre leggeva ad alta voce
la profezia di San Giovanni
è entrato il leone e ha proteso
la zampa trafitta da una spina
con il lungo stilo latino il santo estrae la spina dalla peluria grigia

poteva finir bene
ma è finita male

il leone si era affezionato molto
seguiva sempre il santo
calpestava i fiori
spaventava i macellai
solo i bambini intrepidi
gridavano «stupido Leone»
e tiravano pietre

il santo faceva ciò che poteva
si nascondeva nel portone
ordinava alla domestica di dire «il signore non è in casa»

non serviva proprio a niente
il leone ruggiva agitava la coda
era davvero impazzito
d’amore

il giorno in cui il santo morì
se ne andò per lo sporco sobborgo
diretto verso il deserto

fu proprio allora che vide
come il cappello scarlatto
dai triplici cordini e quattordici nodi
con cui il santo copriva l’aureola
quando andava alla farmacia sull’angolo
per prendere le compresse contro il mal di testa
sorgeva lento
simile alla luna
sul cielo
tutto dorato
e lì rimaneva

per sempre

1960

tratta da: L’epilogo della tempesta, Adelphi, Milano 2016, a cura di Francesca Fornari, pp. 125-126

La lirica in questione, scritta verso la fine degli anni ’50 dal poeta polacco Zbigniew Herbert, è stata pubblicata prima in una versione in tedesco nel 1967, mentre la versione originale è stata resa nota solo nel 1999 sulla rivista «Dekada literacka» e ristampata nel 2010 in un volume postumo (il poeta era scomparso nel 1998) a cura di Ryszard Krynicki che raccoglieva materiale inedito o poco noto . É dedicata Karl Dedecius, che fu il traduttore della raccolta in cui era comparsa per la prima volta (la versione originale è stata recuperata nei suoi archivi), e se ne comprende bene il motivo: San Girolamo, che fu il traduttore della “Vulgata” (la prima traduzione completa della Bibbia), è anche il patrono dei traduttori. E anche se vi traspare un certo tono giocoso da componimento d’occasione, dalla corrispondenza del poeta polacco si evince che dovette lavorarvi a lungo, passando attraverso diverse redazioni prima di arrivare alla versione definitiva. Herbert da quando, grazie alle aperture legate alla stagione del “disgelo” poté pubblicare, nel 1956, la sua prima raccolta Struna światła mostrò un profondo legame ideale nei confronti dell’universo culturale mediterraneo e della classicità, che fu fonte di ispirazione nella sua creazione letteraria ma anche un  vero e  proprio canone sia dal punto di vista estetico che da quello etico. Non appena ne aveva la possibilità, il poeta polacco era in viaggio per le capitali occidentali (Vienna, Parigi e Londra furono le prime). Tra le sue mete preferite vi era anche l’Italia, che visitò per la prima volta nel 1959. Frutto di questi viaggi fu Barbarzyńca w ogrodzie (in it.: “Il barbaro nel giardino”), una raccolta di saggi basati sulle impressioni di viaggio e sulla fascinazione per i luoghi visitati e che conteneva anche uno studio dedicato a Piero della Francesca, testimonianza di una passione per l’arte figurativa del rinascimento, che Herbert coltivò per tutta la vita, altrettanto intensa rispetto a quella nutrita per il mondo greco-romano. Nel corso di questo viaggio in Italia ebbe modo di vedere il quadro di Colantonio San Girolamo nello studio, conservato al Museo di Capodimonte (lo sappiamo anche attraverso la corrispondenza del poeta), a cui chiaramente si riferisce (anche se lo cita con un altro nome) la summenzionata lirica. Il dipinto su tavola, databile tra il 1445 e il 1446, era stata dipinta da Colantonio per la chiesa di San Lorenzo Maggiore (una delle più importanti e antiche basiliche monumentali di Napoli) e faceva parte di un polittico insieme a alle tavole dei Beati francescani attribuite ad Antonello da Messina (che fu allievo di Colantonio). La tavola in questione rappresenta quindi un episodio di primissimo piano nella storia dell’arte napoletana del primo Quattrocento, in cui si estrinsecano gli elementi fondamentali della cosiddetta “Congiuntura Nord-Sud”, cioè di quella particolare corrente di incontro e fusione tra modi fiamminghi e mediterranei che interessò parte del Mediterraneo occidentale e delle regioni del nord Italia, con epicentro proprio a Napoli. L’autore, a sua volta allievo del pittore fiammingo Barthélemy d’Eyck (del quale è documentata la presenza a Napoli alla corte di Renato d’Angiò, che ivi regnò dal 1435 a 1442, protettore delle arti nonché pittore dilettante lui stesso), apprese dal maestro l’attenzione alla resa dei volumi, degli spazi e la cura nei dettagli, come la straordinaria “natura morta” dello scaffale con i libri del quadro, a cui si riferiscono anche i versi della lirica (“sulla scrivania un rotolo di pergamene / il pennino il calamaio la clessidra / inutili flaconcini”). Il quadro si riferisce a un noto episodio riportato nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine rappresentato anche da altri pittori del rinascimento (tra cui il Pinturicchio). Ma se nella prima parte della lirica Herbert sostanzialmente descrive (attualizzandolo in modo piuttosto ironico) il quadro di Colantonio, che a sua volta è una fedele rappresentazione del testo dell’agiografo, nel finale il poeta propone una sua versione “alternativa” della nota leggenda. Nel corso di un raffinato gioco intertestuale l’attenzione si sposta dall’immagine del santo a quella del leone, che diventa il protagonista della lirica. Questo cambio di prospettiva offre un punto di vista del tutto inedito, che tuttavia apre altre questioni (cosa rappresenta il leone?).