Ars poetica

La spirale degli anni
i disinganni
questi furtivi calcoli alla prova
degli occhi che ti cercano
le strade e la vertigine dei voli
sopra un mare di nuvole
(cadevi) e
stride buia nel vento senza fine
la vita che si attorce
manovrata
da insensibili dita (a precipizio)
sempre qualcuno si nasconde, dove…

– e allora? Prego, insisto,
Signorina! Arriva
o non arriva, santo cielo, questa
comunicazione? –

Amico mio, capisci, la poesia
era appena una qualche euforia
(o anche: un discorso del tutto diverso,
o l’inciampo di un verso…)

1966

tratta da Idioletto, in: Grytzko Mascioni, Poesia. 1952-1982, Rusconi, Milano 1984, p. 232.

Nato a Villa di Tirano, piccolo comune lombardo a ridosso del confine svizzero, Grzytzko Mascioni (1936-2003) visse a Brusio (comune svizzero) e studiò a Milano. Malgrado i numerosi riconoscimenti ottenuti dalle sue raccolte di poesia in Italia, malgrado fosse letto e apprezzato da alcuni poeti italiani (Luzi, Sereni), la sua figura è poco nota al di fuori della cerchia degli studiosi e degli specialisti. Fu un “uomo di frontiera”, non solo perché nato e vissuto a cavallo tra Italia e Svizzera, ma perché aveva fatto di questo dato biografico un elemento fondante della sua biografia intellettuale. Visse a cavallo tra diversi mondi, tra  quello della classicità mediterranea, del quale avvertiva il richiamo (al quale dedicò anche alcuni libri), a quello della tradizione letteraria italiana, al quale il suo linguaggio poetico appare debitore (lo dimostra la predilezione per l’endecasillabo, misura connaturale alla sua prosodia), allo stesso tempo però nei suoi versi dimostrò di avere assimilato anche le provocazioni e le lezioni delle avanguardie novecentesche (ma interpretate in chiave finemente ironica). Ma proprio questa collocazione “al margine” di diverse tradizioni e culture letterarie ne costituisce, allo stesso tempo, la condanna e il punto di forza. Fu un personaggio assolutamente unico, al di fuori di qualsiasi schema: non ebbe né maestri né allievi. Lavorò alla televisione della Svizzera italiana praticamente dalla sua fondazione (1961) e, dal 1991 al 1996 (durante la guerra), fu direttore dell’Istituto di cultura italiano a Zagabria; nel 1990 fu finalista al premio Strega con La notte di Apollo, un personalissimo itinerario nel mondo dei miti dell’antica Grecia. Malgrado i riconoscimenti (se dovessimo elencare tutti i premi tributati alle sue opere ci vorrebbero un paio di pagine) ottenuti sia in Italia che in Svizzera, dopo la sua scomparsa nel 2003 all’età di 67 anni, le sue poesie da tempo non vengono ristampate e la sua memoria viene custodita e tramandata quasi esclusivamente all’interno della comunità svizzera italofona, dove viene considerato uno dei maggiori scrittori, a differenza dell’altro grande poeta della Svizzera italofona, Giorgio Orelli (1921-2013), pienamente inserito nel canone della poesia italiana del dopoguerra. Nella sua presentazione al volume antologico del 1984 Poesia, Mario Luzi scriveva “sarà stata quell’aria di molto civile nonchalance o quel discreto blasone mondano che l’amico mette nel suo pur impeccabile professionismo di uomo di lettere e di regista: il fatto è che  non avevo avuto il senso esatto che il lavoro della poesia fosse stato così tenace e venisse ad assumere alla fine tanto peso”. A quanto pare ben pochi sono quelli che si sono resi conto e hanno reso merito a quello che Luzi definisce  “il lavoro della poesia” di Grytzko Mascioni. E in effetti, prendendo confidenza con il canzoniere di questo misconosciuto poeta, ci si rende conto che il suo lavoro sulla lingua, sul verso e sulle assonanze (che del suo verso sono l’elemento fondante) è di enormi proporzioni. Nella sua presentazione, Mario Luzi ricorre alla parola “gioco” per  definire l’approccio dell’autore al mondo del verso: “come una «nobile arte» il gioco del verso e della composizione ha le sue regole interne (..). Grytzko è molto bravo nell’osservarla e nell’infrangerla, nel dare e togliere leggerezza e entrain al suo sviluppo, bravo anche nel mescolare fatuità e gravità , rimanendo, tra improbabilità e seduzione, ancora al centro dell’incantesimo”. La lirica citata, una dichiarazione di poetica che è, al tempo stesso, una parodia della poesia romantica e dell’idea di “ispirazione”, è l’esemplificazione di uno stile e di un magistero discreto ma per nulla ingenuo (o meglio, ingenuo solo in apparenza).