Poesia

Uno, due, tre, quattro…
– Non batte in questo modo il ritmo
nei polsi pallidi delle mie righe,
che soffrono di anemia poetica.

La poesia è una scienza
sull’origine delle costellazioni di lacrime,
sul teorema non dimostrato dell’anima
e sulla morte di mia madre.

La poesia è una scienza
sul fatto che non vale la pena rinunciare a vivere
e sul fatto che la parola “morte” rima
con nomi, aggettivi e verbi.

ПОЕЗІЯ

Раз, два, три, чотири …
– Не так б’ється живчик ритму
у блідих зап’ястках моїх рядків,
що хворіють на анемію поетики.

Поезія є наукою
про походження сузір’їв сліз,
про недоказану теорему душі,
і про смерть моєї матері.

Поезія є наукою
про те, що не варто не хотіти жити,
і що слово смерть римується
з іменниками, прикметниками і дієсловами.

 

Jurij Tarnavsk’kyj (noto negli Stati Uniti con la traslitterazione Yuriy Tarnawsky) rappresenta una figura chiave nella storia della poesia ucraina novecentesca che, nel corso dei decenni, si è guadagnato un posto di riguardo anche sulla scena letteraria statunitense (a partire dagli anni ‘70 Tarnavsk’kyj scrive e pubblica regolarmente in inglese prosa e poesia). è nato a Turka nel 1934, piccolo centro nei Carpazi ucraini, attualmente a pochi chilometri dal confine polacco (ma che in quel momento era parte della Polonia).
Nel 1944, quando la famiglia era tornata a Turka da quattro anni, il futuro poeta, insieme alla zia, la sorella e il fratello, decidono di fuggire in Germania, dove, nel 1945 si stabilisce nel campo profughi di Neu Ulm. Nel 1950, Quando viene smantellato il campo, comincia a frequentare un liceo tedesco a Monaco e, dopo essersi diplomato, nel 1952 si imbarca a diciotto anni per New York.
Terminati gli studi, fu assunto in qualità di ingegnere elettronico all’IBM, dove lavorò fino al 1992 (con una piccola parentesi tra il 1964 e il 1965 in cui visse in Spagna dedicandosi interamente alla scrittura). Nel tempo libero si appassiona alla lettura degli esistenzialisti, soprattutto Sartre (che sarà per lui una scoperta decisiva), Camus e Kirkegaard e, attraverso frequenti visite al MOMA, assimila le ultime tendenze dell’arte contemporanea. A partire dal 1953 comincia a scrivere i primi versi e brevi prose che pubblica su riviste dell’emigrazione ucraina e che gli aprirono le porte della sua silloge di esordio, La vita in città, del 1956. Da allora rappresentò una delle voci più autorevoli della letteratura ucraina della cosiddetta “diaspora” (ovvero la comunità ucraina all’estero), un termine che vuole sottolineare una completa estraneità ideologico-culturale rispetto all’Ucraina sovietica. Fu l’animatore del “Gruppo di New York”, una aggregazione di giovani letterati ucraini che erano soliti ritrovarsi al caffè Orchidea, tra la seconda avenue e la nona strada, che discutevano di arte astratta, di poesia senza rima e di esistenzialismo.  L’idea di fondo che animava questi poeti, allora esordienti, era sprovincializzare il mondo letterario ucraino (che nell’Ucraina Sovietica era concepito esclusivamente come una versione “etnografica” del realismo socialista) ricollegandosi alle tendenze artistiche e letterarie delle avanguardie novecentesche. Fino alla fine degli anni ‘70, quando le polemiche interne e le scelte divergenti segnarono la fine del gruppo, esso costituì un punto di riferimento non solo per la poesia ucraina, ma anche per il dibattito critico sulla letteratura ucraina contemporanea.
A partire dal 1971, successivamente alla pubblicazione della silloge Poeziji pro niščo ta inši poeziji na cju samu temu (in it. “poesia sul nulla e altre poesie sullo stesso tema”), Tarnavsk’kyj, dopo quasi un ventennio di permanenza negli Stati Uniti (vi era arrivato nel 1952) comincia a scrivere in inglese e nel 1978 pubblica il romanzo Meningitis a cui fa seguito, nel 1992, Three Blondes and Death, entrambi apprezzati dalla critica nordamericana. A partire dalla silloge This Is How I Get Well, del 1978, scrive e pubblica anche poesie in inglese (spesso autotraduzioni dall’ucraino). Dopo la dichiarazione d’Indipendenza dell’Ucraina del 1991, il poeta, per la prima volta dopo quasi quaranta anni, poté fare ritorno nel suo paese, dove potevano circolare liberamente ed essere pubblicate le sue opere, tradotte dall’inglese o nella versione ucraina. Attualmente vive a White Planes, cittadina dello stato di New York.

Dal momento che la tua vita è divisa tra due mondi, quello ucraino e quello nordamericano, così distanti e così differenti, come si sono fusi questi due mondi nella tua creazione letteraria in prosa e in poesia?

Ho vissuto fuori dall’Ucraina dall’età di dieci anni e ho imparato ad essere un ucraino e, allo stesso tempo, un membro della cultura che mi circondava. In qualche modo per me non è mai stata una difficoltà. Ci siamo stabiliti in Germania dopo avere abbandonato l’Ucraina e ho frequentato le scuole superiori tedesche. Sono partito per gli Stati Uniti appena compiuti 18 anni e non appena arrivato ho cominciato a frequentare il college. Ho imparato velocemente l’inglese e nel giro di pochi anni cominciai a scrivere in quella lingua senza sapere come essere pubblicato. Ma per me c’erano delle opportunità di essere pubblicato in ucraino, e così dedicai maggiori sforzi nella scrittura in quella lingua. Ma la spinta verso l’inglese alla fine divenne la più forte e scrissi in entrambe le lingue, spesso traducendo i miei stessi lavori da una lingua all’altra e così divenni uno scrittore bilingue, ucraino-inglese. Negli ultimi anni sono passato quasi esclusivamente all’inglese e mi sono concentrato prevalentemente sulla prosa, un cammino a quanto pare seguito dalla maggior parte degli scrittori con l’avanzare dell’età.

Quale parte della tradizione letteraria ucraina è legata alla tua creazione letteraria? E quale parte di quella americana?

A me pare che la letteratura ucraina non ha avuto una influenza significativa sulla mia scrittura. Mi parve troppo tradizionale e per questo fui maggiormente attratto dalle correnti moderne della letteratura occidentale. In realtà cominciai a scrivere in ucraino proprio per cambiare la letteratura ucraina, per renderla più simile a ciò che mi attraeva nelle altre lingue. Ma nei primi anni non ero molto attirato dalla letteratura americana, quando piuttosto da quella tedesca, francese e spagnola, e in particolare dalla poesia latino-americana.

Lei pensa che la poesia può essere scritta solo nella lingua madre oppure anche in una lingua appresa successivamente?

Penso si possa scrivere in entrambe le lingue e che nel linguaggio nuovo possa persino essere migliore, se raggiungi un ottimo possesso della lingua. Ma in questo caso il “possesso” è un termine soggettivo. Non c’è bisogno di conoscere una lingua come un parlante nativo, ma di possederla a modo tuo, creando un tuo linguaggio privato e divenendo un maestro nel suo possesso.

Pensi che un poeta sia in grado di tradurre se stesso in un’altra lingua?

Oh, sì, certamente. L’ho fatto io stesso per anni e molta della mia poesia è scritta in entrambe le lingue. Le due versioni di solito sono molto vicine, ma a volte ci possono essere delle sottili ma importanti differenze.

A proposito di traduzioni, pensi che la tua poesia sia “traducibile” e, attraverso una buona traduzione, accessibile anche a un pubblico non statunitense e non ucraino?

La mia poesia è basata principalmente su immagini, e solo in parte anche sulla fonetica, e per questo è relativamente facile da tradurre. In essa inoltre affronto spesso temi comuni legati alla contemporaneità, cosa che la rende facilmente accessibile a lettori di differenti culture. Mi considero uno scrittore di cultura occidentale che scrive in ucraino e in inglese, e per questo i miei lavori dovrebbero essere accessibili ai lettori del mondo occidentale.

Hai notato qualche differenza sostanziale quando concepisci e scrivi una poesia in inglese o ucraino?

No, mi ritengo in grado di esprimermi in modo ugualmente efficace entrambe le lingue, anche se in questo momento mi sento più a mio agio quando scrivo prosa in inglese rispetto all’ucraino. La lingua ucraina ha subito grandi cambiamenti negli ultimi cinquanta anni e, dal momento che ho vissuto fuori dall’Ucraina, il mio ucraino “privato” è un po’ troppo diverso. Ma penso che per la poesia, dove il linguaggio può essere molto personale, sia un bene, ma che in prosa possa generare delle forti idiosincrasie.

Qual è attualmente il tuo rapporto con la lingua ucraina?

La uso correntemente nella vita di ogni giorno, a casa o con gli amici, ma ultimamente scrivo solo in inglese, soprattutto prosa, ma anche alcune poesie.

Quali sono i poeti a cui ti sei ispirato quando hai cominciato a scrivere?

Sono stato influenzato in maniera più forte da Georg Trakl e Pablo Neruda, e poi, forse in maniera ancora più profonda, da Arthur Rimbaud.

La tua poesia sembra legata a una dimensione filosofica. Ci sono stati dei filosofi che ti hanno ispirato?

Sono stato fortemente influenzato dall’esistenzialismo, e in particolare da Jean-Paul Sartre, dai suoi romanzi e dai suoi scritti filosofici, come è riassunto nell’articolo Existentialism is a Humanism.

Pensi che la poesia possa o debba circolare in una ampia cerchia di lettori oppure che la sua circolazione in una nicchia sia inevitabile?

Penso che la poesia debba essere indirizzata in primo luogo verso le esigenze del poeta. E che debba trovare la sua cerchia di lettori in modo naturale, da sola, ampia o ristretta che sia.

Molti critici hanno sottolineato nella tua raccolta Poesia sul nulla una tendenza verso una rappresentazione pittorica. Tu pensi che la poesia debba essere connessa con le arti figurative e in particolare con l’arte contemporanea?

Dipende dal poeta, se questi lo vuole o meno. Io sono sempre stato un poeta orientato verso elementi visuali e per questo motivo gli elementi visuali sono così forti nella mia scrittura. Ma non provo a imitare l’arte né ho scritto poesia su una particolare pittura.

Tra i movimenti di avanguardia del XX secolo, quello al quale la tua poetica sembra essere più vicino è il surrealismo. Credi che la tua poesia sia in qualche modo connessa o che abbia qualche relazione con il surrealismo?

Sicuramente. Sono stato molto attratto dal surrealismo, specialmente nell’arte e nel cinema, e certamente ciò ha lasciato una traccia nella mia scrittura. Una delle cose che mi ha attratto della poesia latinoamericana è la sua natura “non razionale”, che, pur non essendo ufficialmente surrealista, per me ha molto in comune con quest’ultima. Quindi, attribuirei a poeti come Neruda il merito di avermi reso un surrealista.