Poesia

Femmina monna ar monno mai criata
tu ffarai tu ssarai mia vita bbela
arifrescata d’acqua sguardarella
ggiojje bbrodo de ggiuggiole bbiggiù
a ffabricatte un grugno inciarmacore
ce vò un po’ dde scordasse li dolori
un tantin de pennello intinto all’aria
e scannallo er pittor de soavità
tanto affonnà le dete ne le chiappe
un disperato smaneggià la creta
forma a la fanga femmina sperà.

tratta da: Controcore, 1993

“Femmina monda al mondo mai creata, tu farai, tu sarai mie vita bella, rinfrescata con l’acqua degli sguardi: gioie, brodo di giuggiole, bijoux. Per costruirti un volto ammaliatore occorre un po’ l’oblio dei dolori, immergere appena appena il pennello nell’aria e poi scannare il soave pittore. Affondare forte le dita nella carne; un disperato plasmare la creta per cavar fuori una speranza di donna dal fango dell’umanità” (traduzione di Achille Serrao)

La poesia in questione è di un poeta vernacolare, Mauro Maré, notaio e poeta (lui stesso aveva coniato il neologismo “noeta”) romano. Nato nel 1935, tra i poeti che si sono serviti del vernacolo della Capitale, Maré e Mario Dell’Arco, sono gli unici nomi ritenuti degni di comparire accanto a Trilussa in: Dialetti e poesia nel novecento, terzo tomo dell’antologia La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento a cura di Franco Brevini, XXXI volume della collana “I Meridiani” uscito nel 1999 per i tipi della Mondadori. La recentissima pubblicazione di Edoardo Barghini «La spina s’incapriccia d’esse rosa». Mauro Marè, un neodialettale a Roma uscito nel 2023 per la Castelvecchi ha puntato i riflettori sul poeta, nome ai più ancora sconosciuto, a venti anni esatti dalla sua scomparsa, nel 1993. Come racconta Barghini in questo saggio, i riconoscimenti tributati alla poesia del notaio romano negli ultimissimi anni di vita (nel 1991 venne incluso, unico romano insieme a Dell’Arco, nell’antologia Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi a cura di Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi, edito da Garzanti nel 1991) suscitò un aspro dibattito nelle riviste più rappresentative del mondo del vernacolo romanesco tra i suoi detrattori (la maggioranza) e qualche sostenitore. A venti anni dalla scomparsa del poeta, il suo nome è noto soltanto a pochi cultori del vernacolo romanesco e agli studiosi della poesia dialettale. Marè non rispose alle critiche e alle provocazioni di cui era stato fatto oggetto, ma piuttosto volle mettere in chiaro la sua posizione riguardo al dialetto nel manifesto della sua poetica intitolato Un disperato ottimismo:  «Il dialetto, lingua eversiva, arma delle classi subalterne si pone sempre come contestatore della cultura ufficiale. Ma sulla sua naïveté va innestata una cultura almeno pari a quella cui intende contrapporsi. Altrimenti si fa folklore, o tutt’al più ecologia. Il dialetto come rivoluzione linguistica permanente abbisogna di una costante consapevolezza». 

A mio parere nelle poesie del notaio romano vi sono elementi di interesse che superano i confini del mero “documento etnografico” o di una romanità da macchietta, troppo spesso compiaciuta del suo bonario umorismo un po’ qualunquista. Specialmente a partire da Verso novunque, la raccolta del 1988, Maré si abbandona a esperimenti linguistici nei quali si allontana dal vernacolo “standard” in favore di un suo personale idioletto che si “ispira liberamente” al romanesco, suscitando talvolta le ire dei “puristi” del vernacolo. Non a caso Franco Brevini, il curatore del citato volume de “I Meridiani” dedicato alla poesia in dialetto, lo considera uno sperimentalista. «Il più riuscito tentativo di sperimentalismo dialettale mi sembra quello di Mauro Marè. Il poeta romanesco scava entro i meccanismi generatori della tradizione dialettale – la deformazione grottesca, l’invenzione linguistica, la confusio carnevalesca (..) Marè si serve delle figure della paronomasia e delle pseudoetimologie per per dar vita con sfrenata fantasia inventiva a una bizzarra lingua che nessuno parla e che viene condotta infatti fino alla soglia della glossolalia» – scrive Brevini in Dialetti e poesie del Novecento (saggio che introduce il menzionato volume de “I Meridiani”).

La poesia qui presentata appartiene alla raccolta che uscì nell’anno della sua scomparsa, il 1993. Seguirono alcune pubblicazione postume, ma questa può essere considerata il suo testamento, l’ultima pubblicata secondo la sua volontà. Può essere considerata quindi una estrema dichiarazione di poetica, nella quale l’autore identifica la poesia con il desiderio verso una inafferrabile figura femminile.